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Atto a cui si riferisce:
C.1/00567    premesso che:     è di questi giorni la notizia in merito alla ennesima chiusura e delocalizzazione all'estero, a scapito dell'economia e occupazione nazionale;...



Atto Camera

Mozione 1-00567presentato daANDREUZZA Giorgiatesto diMartedì 21 dicembre 2021, seduta n. 619

   La Camera,

   premesso che:

    è di questi giorni la notizia in merito alla ennesima chiusura e delocalizzazione all'estero, a scapito dell'economia e occupazione nazionale;

    il fenomeno della delocalizzazione delle imprese italiane diventa sempre più frequente. Oramai, in maniera costante negli ultimi anni ci si trova a porre rimedio alla scelta di grandi e piccoli gruppi industriali di trasferire la produzione fuori dai confini nazionali, attirati da un costo del lavoro più basso (con punte a volte pari anche al 75 per cento in meno rispetto ad un lavoratore italiano), da regole fiscali e tassazioni agevolate o semplicemente da mercati maggiormente remunerativi. Ciò comporta che strutture fisiche come fabbriche, impianti e call center vengono trasferiti all'estero, diminuendo le opportunità di lavoro per i cittadini italiani. Le delocalizzazioni avvengono principalmente verso Paesi in via di sviluppo e dall'Est Europa, ai confini medio orientali o asiatici, ove la regolamentazione del lavoro è scarsa e assente, le condizioni di sicurezza e tutela sono minori e il mercato del lavoro è molto più flessibile del nostro (flessibilità al ribasso, a scapito dei lavoratori). Secondo stime dell'Istat del 2019, tra le imprese che hanno delocalizzato, il 69,3 per cento ha trasferito all'estero attività funzioni di supporto dell'attività principale, il 43,4 per cento l'attività principale; riduzione della pressione fiscale (84,5 per cento delle imprese), politiche per il mercato del lavoro (79 per cento) e incentivi per innovazione, ricerca e sviluppo (70,9 per cento) sono tra i fattori indicati da medie e grandi imprese per scegliere di riportare in Italia attività o funzioni svolte all'estero. Inoltre, il 62 per cento delle imprese ha trasferito all'estero funzioni aziendali per ridurre il costo del lavoro, il 38 per cento ha trasferito all'estero funzioni aziendali per accedere a nuovi mercati e solo lo 0,9 per cento ha riportato in Italia attività o funzioni già trasferite all'estero;

    nel periodo 2015-2017, circa 700 imprese – pari al 3,3 per cento delle grandi e medie imprese industriali e dei servizi – hanno trasferito all'estero attività o funzioni aziendali precedentemente svolte in Italia. La dimensione aziendale e l'appartenenza a gruppi di impresa rappresentano fattori importanti per tale scelta. Delocalizza all'estero il 5,6 per cento delle grandi imprese contro il 2,9 per cento delle medie e il 4,6 per cento delle imprese appartenenti a gruppi contro lo 0,6 per cento delle imprese indipendenti;

    la conseguenza sul piano politico e sociale è evidente. Le imprese che decidono di delocalizzare sono di medie e grandi dimensioni, quindi ad ogni trasferimento si perdono centinaia di migliaia di posti di lavoro, che si riversano in un mercato del lavoro come quello italiano già saturo aumentando la precarietà e la concorrenza nell'individuazione di una occupazione stabile e duratura. Vengono drammaticamente aumentati i costi sociali, in quanto ogni unità lavorativa in meno si trasforma in ammortizzatori sociali, cassa integrazione e welfare state, per garantire sostegno economico a seguito della delocalizzazione. Ulteriore conseguenza, non meno importante, è la dispersione di competenze; il tessuto lavorativo italiano si è sempre contraddistinto per capacità, precisione e qualità nella realizzazione dei prodotti, dalla lavorazione delle materie prime sino ai prodotti compositi. Appare chiaro che la delocalizzazione e il trasferimento aziendale vadano a minare la qualità di un prodotto e la difficoltà per i lavoratori di ricollocarsi in altre aziende dopo avere, per molti anni, costruito una specifica ed elevata competenza in un determinato settore;

    il tessuto produttivo italiano è stato nuovamente impoverito, atteso che il 6 dicembre 2021 e giunta la conferma ufficiale del Gruppo svizzero Ronal, proprietà della Speedline di Tabina di Santa Maria di Sala (Venezia), azienda leader nella produzione di cerchi in lega per l'industria automobilistica, di chiudere il proprio stabilimento di Santa Maria di Sala, trasferendone altrove la produzione;

    la decisione, presa da un giorno all'altro senza alcuna specifica avvisaglia, coinvolge circa 600 lavoratori che potrebbero aumentare ad 800 se si considerano l'indotto e le piccole realtà produttive che operano in rapporto di esclusiva con la Speedline;

    la chiusura dello stabilimento, oltre che ingiusta, risulta incomprensibile; infatti, l'azienda ha sempre lavorato a livelli elevatissimi, sia in termini di quantità che di qualità del lavoro. I lavoratori dell'azienda vantano una competenza e un livello di specializzazione difficilmente rinvenibile e replicabile fuori dal territorio di riferimento. Inoltre, è ben noto che moltissime aziende chiedono che alcuni pezzi vengano specificatamente prodotti negli stabilimenti di Santa Maria di Sala, a conferma della qualità e della competenza raggiunta negli anni. Non può andare disperso un così pregiato capitale umano leader nel comparto dell'automotive;

    la decisione di delocalizzare impoverisce, come spesso accade, una eccellenza tutta italiana che ha permesso all'azienda di crescere e di strutturarsi nel mercato nazionale; ciò, non solo sminuisce il sistema di garanzie e tutele degli investimenti nel mercato italiano, ma è altresì in contrasto con gli impegni presi dall'azienda a favore della realizzazione di progetti di crescita e sviluppo sul territorio. Appare chiaro che, atteso il livello altamente competitivo dei prodotti realizzati e l'impatto sociale derivante dalla perdita di così tanti posti di lavoro, risulti necessario porre un'attenzione particolare alla crisi in corso;

    risulta doveroso un intervento forte e tempestivo a fronte di un'azienda che, nonostante l'elevato numero di licenziamenti, si è resa quasi irreperibile, rifiutando di sedere ai tavoli di mediazione e agli incontri organizzati,

impegna il Governo:

1) ad assicurare ai lavoratori della Speedline Srl adeguata tutela ponendosi quale intermediario qualificato in una operazione di mediazione volta ad ancorare la società alle proprie responsabilità, sul piano industriale e sociale;

2) ad utilizzare tutti gli strumenti previsti dalla legge e a disposizione dei Ministeri competenti per garantire la produzione, la retribuzione e la continuità lavorativa a dipendenti e all'intero indotto;

3) a valutare di porre in essere progetti alternativi, nel caso in cui non si riesca a trattenere la società Speedline srl sul territorio italiano, che possano comunque garantire il mantenimento degli impianti, la salvaguardia della produzione e la conservazione del know-how che negli anni i lavoratori hanno saputo costruire.
(1-00567) «Andreuzza, Bazzaro, Fogliani, Vallotto, Badole, Bisa, Bitonci, Coin, Colmellere, Comencini, Covolo, Fantuz, Lorenzo Fontana, Giacometti, Lazzarini, Manzato, Paolin, Paternoster, Pretto, Racchella, Stefani, Turri, Valbusa, Zordan».