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Atto a cui si riferisce:
S.4/04252 URSO, CIRIANI, CALANDRINI, GARNERO SANTANCHE', IANNONE, LA PIETRA, NASTRI, PETRENGA, RAUTI, TOTARO - Ai Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e delle politiche...



Atto Senato

Risposta scritta pubblicata nel fascicolo n. 082
all'Interrogazione 4-04252

Risposta. - Il Governo sta seguendo con la massima attenzione, tramite tutte le sue articolazioni, la vicenda che vede coinvolti gli equipaggi dei due pescherecci "Antartide" e "Medinea", fermati nella notte tra il 1° e il 2 settembre 2020 da parte dell'autoproclamato governo dell'est della Libia. Gli 8 cittadini italiani e un doppio cittadino italo-tunisino e tutti gli altri marittimi fermati stanno bene, non condividono gli spazi in cui si trovano con persone che possano mettere a rischio la loro incolumità e, tramite l'ambasciata d'Italia a Tripoli, ricevono l'assistenza e i medicinali di cui necessitano.

Sembra che l'intervento libico sia scaturito dalla presunta violazione dell'autoproclamata zona di pesca protetta. Il tratto di mare in cui è avvenuto il sequestro dei pescherecci sarebbe infatti considerato zona militare dalla parte est-libica. Al di là della situazione di grave instabilità interna che caratterizza lo scenario libico e delle valutazioni di profilo giuridico-internazionale, nel maggio 2019 il comitato di coordinamento interministeriale per la sicurezza dei trasporti e delle infrastrutture (COCIST) ha dichiarato l'area della zona di protezione di pesca libica ad "alto rischio" per tutte le navi battenti bandiera italiana, senza distinzione di tipologie. Analogo messaggio viene riportato sul sito istituzionale della Farnesina "Viaggiare sicuri". A più riprese questo Ministero, il comando generale della Guardia costiera e il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali hanno raccomandato ai pescherecci italiani di evitare le acque al largo delle coste libiche. In ottemperanza alle decisioni del COCIST, le unità della Marina militare in navigazione nell'area invitano le unità di pesca italiane localizzate in quella zona a lasciarla.

Si ritiene inaccettabile lo stato di fermo per qualcuno che viola una zona autoproclamata, soprattutto considerando che ad emetterlo è un'entità che né l'Italia né la comunità internazionale riconoscono come governo legittimo. L'Italia non accetta ricatti. Ciò non toglie che quella rimane una zona a rischio.

Quanto accaduto pone con rinnovata evidenza il tema della progressiva territorializzazione del Mediterraneo. Negli ultimi anni, un numero crescente di Stati ha proclamato proprie zone marittime per esercitare diritti di sovranità esclusivi. Con alcuni di questi, come Algeria e Grecia, l'Italia ha concluso accordi. È ovviamente impossibile, in questa fase, prevedere accordi analoghi con una Libia purtroppo teatro di scontri armati e contesa tra più fazioni. Gli sforzi ora sono concentrati sul riportare a casa i pescatori, ma certamente occorre lavorare, e il Governo lo sta facendo, anche per creare le condizioni che evitino il ripetersi di episodi così dolorosi per la marineria italiana.

Anche al fine di rispondere alle speculazioni su un presunto legame tra l'ultima visita del ministro Di Maio in Libia e il fermo dei pescatori, è opportuno ricordare solo alcuni degli episodi verificatisi in passato al largo delle coste libiche. I pescherecci "Matteo Mazzarino" e "Afrodite Pesca", sequestrati il 9 ottobre 2018 e poi rilasciati. Il peschereccio "Tramontana", fermato il 23 luglio 2019 al largo di Misurata e poi rilasciato dopo il pagamento di una multa, grazie all'intervento dell'ambasciata italiana a Tripoli. Analogo è il caso il peschereccio "Grecale", avvicinato il 6 settembre 2019 al largo di Bengasi, il cui sequestro è stato impedito dal tempestivo intervento della Marina. Sono tutti episodi che dimostrano chiaramente la pericolosità dell'area, alla base dei consigli di non recarsi nella zona da parte della Farnesina e del COCIST, e il Governo se ne occupa costantemente, lavorando e portando a casa i pescatori italiani in silenzio.

La vicenda è resa ancor più complessa dalla frammentazione della Libia, di fatto controllata da diverse entità. I connazionali sono nelle mani di forze libiche autoproclamate. Anche per questo il ministro Di Maio si è subito attivato tramite telefonate e incontri con i partner internazionali, in particolare quelli (come Russia ed Emirati arabi uniti) che intrattengono rapporti specifici con Bengasi. Questa azione parallela potrà corroborare gli sforzi svolti a tutto campo con i libici.

Adesso, come ha sottolineato il ministro Di Maio nella risposta ad interrogazioni durante il "question time" al Senato il 15 ottobre 2020, occorre anzitutto stringersi intorno ai connazionali trattenuti a Bengasi, evitando speculazioni politiche e perseguendo insieme l'unico obiettivo che conta: restituirli al più presto all'affetto dei loro cari. Per raggiungere questo obiettivo servono massimo riserbo, razionalità, cautela, determinazione e soprattutto unità. L'unità delle forze politiche rafforzerà coloro che stanno lavorando per riportare a casa i pescatori.

SERENI MARINA Vice ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale

20/10/2020