• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00141    premesso che:     il prossimo Consiglio europeo del 15-16 ottobre prevede all'ordine del giorno la discussione sulla situazione della pandemia di Covid-19 ai fini di un suo...



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00141presentato daGELMINI Mariastellatesto diMercoledì 14 ottobre 2020, seduta n. 408

   La Camera, udite le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri,
   premesso che:
    il prossimo Consiglio europeo del 15-16 ottobre prevede all'ordine del giorno la discussione sulla situazione della pandemia di Covid-19 ai fini di un suo contenimento e la distribuzione di un vaccino, le relazioni UE-Regno Unito, cambiamenti climatici, relazioni esterne;
    per quanto riguarda le relazioni UE-Regno Unito:
     sul negoziato riguardante la Brexit, il Consiglio europeo farà il punto sull'attuazione dell'accordo di recesso, firmato il 24 gennaio 2020 da Bruxelles e Londra, sullo stato di avanzamento dei negoziati per il futuro partenariato tra l'Unione europea e il Regno Unito e sui lavori preparatori per tutti gli scenari che potrebbero presentarsi a partire dal 1o gennaio 2021;
     lo scorso 10 giugno 2020, il Capo negoziatore per l'Unione europea, Michel Barnier, in un discorso al Comitato economico e sociale dell'Unione europea ha segnalato forti insufficienze nei progressi dei negoziati e non ha espresso grandi ambizioni per la cooperazione in settori ritenuti fondamentali;
     dall'8 al 10 settembre si è tenuto a Londra l'ottavo ciclo di negoziati tra l'Unione europea e il Regno Unito. Le ultime mosse del primo ministro britannico Boris Johnson sembrano mettere in discussione la possibilità di arrivare a una soluzione vantaggiosa per tutti, aumentando i rischi di un «No Deal», con il chiaro tentativo di scaricare sull'Unione europea la responsabilità di un'eventuale mancata intesa o di un accordo meno conveniente di quanto si aspettassero i brexiter più intransigenti; ciò alimenta le tensioni separatiste interne e prefigura conseguenze economiche di una «Hard Brexit» disastrose per lo stesso Paese; la stessa Bank of England ha esortato al raggiungimento di un accordo commerciale, sottolineando quanto il divorzio dall'Unione europea sia una grave incognita per la ripresa economica;
     in seguito alla presentazione del progetto di legge sul mercato interno da parte del Regno Unito (Internal Market Bill), in contraddizione con il Protocollo sull'Irlanda del Nord e in violazione dell'Accordo di recesso. L'Unione europea ha avviato i primi passi per un'azione legale, volta ad aprire una procedura di infrazione contro il Regno Unito, con una lettera di costituzione in mora sul contestato progetto di legge, riaffermando la primazia del diritto in quanto l'accordo sottoscritto non può essere cambiato unilateralmente;
     l'Accordo di recesso prevede, infatti, che «nei quattro anni successivi al termine del periodo di transizione (il 31 dicembre 2020), la Commissione può adire la Corte di Giustizia dell'Unione (CGUE) con nuove procedure d'infrazione nei confronti del Regno Unito riguardanti violazioni del diritto dell'Unione avvenute prima della fine del periodo di transizione»; più specificamente, «entro lo stesso termine è altresì possibile ricorrere alla CGUE nei confronti del Regno Unito dopo la fine del periodo di transizione per inosservanza di una decisione amministrativa di un'istituzione o di un organo dell'Unione assunta prima della fine del periodo di transizione oppure per talune procedure specificamente indicate nell'accordo»;
     secondo l’Internal Market Bill, presentato dal premier Boris Johnson, la Gran Bretagna potrà derogare a parte degli impegni presi con il primo accordo, in vigore dal 31 gennaio 2020. In base all'intesa che ha dato il via al periodo transitorio e che si concluderà entro fine anno, l'Irlanda del Nord rimarrebbe parte del territorio doganale britannico, pur attenendosi alle norme comunitarie su una serie di materie che vanno dagli standard di sicurezza delle merci ai sussidi statali all'industria. Il pericolo di un rinfocolarsi delle tensioni in Irlanda è da sempre presente sul tavolo dei negoziatori: l'Irlanda del Nord e la Scozia ospitano storicamente movimenti indipendentisti che mirano alla separazione dalla Gran Bretagna e con una maggioranza della popolazione che ha votato contro la Brexit quattro anni fa;
     i negoziati sono arrivati a un momento cruciale; un accordo commerciale da attivare alla fine del periodo di transizione, fissato per il 31 dicembre, ancora non c’è, e tuttavia, l'intenzione di chiudere entro l'anno raggiungendo qualche risultato utile non sembra essere esclusa: Regno Unito e Unione Europea sembrano decisi nel continuare a negoziare non escludendo la possibilità di proseguire mediante «mini-accordi» in aree di reciproco interesse, come l'aviazione e i trasporti, qualora i negoziati commerciali per un'intesa più ampia dovessero interrompersi;
     il rischio di un'uscita senza accordo per l'Italia avrebbe senz'altro conseguenze negative (per quanto il nostro Paese sia meno esposto a livello commerciale rispetto ad altri Paesi membri). In caso di «No Deal» l'impatto potrebbe essere rilevante sul nostro settore terziario e sulla libera circolazione delle persone. Le garanzie offerte ai cittadini comunitari residenti nel Regno Unito, tra cui la numerosissima comunità di italiani, verrebbero infatti messe in discussione;
    per quanto riguarda i cambiamenti climatici:
     verranno esaminati i progressi compiuti verso l'obiettivo dell'Unione europea di conseguire la neutralità climatica entro il 2050 e inerenti al piano degli obiettivi climatici da raggiungere nel 2030;
     i cambiamenti climatici stanno trasformando il nostro pianeta e in mancanza di interventi urgenti, il riscaldamento globale rischia di superare di oltre 2oC i livelli preindustriali entro il 2060 e potrebbe persino spingersi fino a 5oC entro la fine del secolo, con impatti devastanti e irreversibili di molti ecosistemi, con conseguente perdita di biodiversità e costi enormi per l'economia, anche in termini di capacità di produzione alimentare;
     la sfida sui cambiamenti climatici richiede una risposta globale; l'Unione è uno dei firmatari dell'accordo di Parigi, approvato il 12 dicembre 2015 nella XXI sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione sul clima, un importante passo avanti per contrastare il surriscaldamento globale; l'accordo volto a una riduzione progressiva delle emissioni globali di gas serra si è basato, per la prima volta, su principi comuni validi per tutti i Paesi senza distinzione tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo, allo scopo di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2oC e di proseguire gli sforzi per mantenerlo entro 1,5oC, con traguardi ambiziosi per ridurre le sue emissioni di gas a effetto serra anche in riferimento ai principali settori della sua economia;
     successivamente, la Conferenza di Marrakech nel 2016 (COP22), la Conferenza di Bonn nel 2017 (COP 23) e per ultima la Conferenza sul clima di Katowice (COP24) nel dicembre 2018, hanno incentrato la loro azione sui criteri con cui misurare le emissioni di anidride carbonica (C02) e sulla valutazione delle misure delle singole nazioni in linea con l'obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, coerenti con raccordo di Parigi; i progressi saranno verificati ogni cinque anni, sulla base di sistemi quali il processo di governance dei piani nazionali per l'energia e il clima degli Stati membri, le relazioni periodiche dell'Agenzia europea dell'ambiente e i più recenti dati scientifici sui cambiamenti climatici e i relativi impatti;
     alla Conferenza del 2018 hanno partecipato i rappresentanti di 196 paesi, compresi gli Stati Uniti, nonostante il Presidente Donald Trump abbia ritirato gli Stati Uniti d'America dall'accordo di Parigi;
     in questo quadro, gli impegni assunti dall'Italia improntati alla volontà di contribuire a un miglioramento delle condizioni climatiche ed ambientali, non hanno ancora raggiunto risultati ottimali circa la riduzione delle emissioni di CO2 da combustibili fossili e sull'emissione di biossido di azoto (N02). Per mitigare il riscaldamento globale occorrerebbe modificare profondamente l'attuale sistema produttivo, mediante una nuova politica energetica che favorisca l'utilizzazione di tecnologie e fonti energetiche a basse emissioni di carbonio e soprattutto definire una chiara road map di decarbonizzazione concernente tutti i comparti produttivi, attraverso investimenti, incentivi fiscali e semplificazioni;
     nelle conclusioni del Consiglio europeo di luglio, in relazione all'Obiettivo climatico, i leader europei hanno confermato l'impegno per un'azione per il clima integrata nelle politiche e nei programmi finanziati nell'ambito del QFP 2021-2027 e del Next Generation EU. Un obiettivo climatico del 30 per cento si applicherà all'importo totale della spesa a titolo del QFP e di Next Generation EU e si tradurrà in obiettivi adeguati nella legislazione settoriale;
     l'ambizione dell'Unione europea è di diventare il primo blocco economico climaticamente neutro del mondo entro il 2050, attraverso la centralità del Green Deal europeo presentato l'11 dicembre 2019 dalla Commissione Von der Leyen;
     la presidente Von der Leyen, nel suo recente discorso sullo stato dell'Unione 2020 ha sottolineato la centralità della neutralità climatica, volendone addirittura anticipare la tempistica: per quanto riguarda infatti il Green Deal, ha auspicato un taglio delle emissioni entro il 2030 (e non più nel 2050) che dovrà conseguentemente far salire il target al 55 per cento, e puntare sui Recovery Plan, per cui ogni paese dovrà spendere almeno il 37 per cento delle risorse del Next Generation UE, con politiche in grado di produrre benefici misurabili sull'ambiente, attraverso l'efficientamento energetico degli edifici, la mobilità elettrica, le rinnovabili e la realizzazione di un milione di punti di ricarica elettrica; con la novità di puntare fortemente sull'idrogeno per realizzare nuove «distretti» e «Valli europee dell'idrogeno», capaci di trasformare le attività produttive, modernizzare le imprese, alimentare i veicoli, rilanciare le aree agricole e nel complesso l'economia dell'Unione;
    per quanto concerne le Relazioni esterne:
     il Consiglio discuterà delle relazioni UE-Africa e, in funzione di eventuali ed ulteriori sviluppi, affrontare anche altre questioni urgenti di politica estera;
     in merito alle Relazioni UE-Africa, i paesi africani e l'Unione europea cooperano attualmente attraverso l'accordo di Cotonou (la base per le relazioni tra UE e i 78 paesi del gruppo ACP) e mediante la strategia comune Africa-UE, oltre alle tre strategie regionali riguardanti Corno d'Africa, Golfo di Guinea e Sahel. L'obiettivo di questi ultimi accordi è quello di creare partenariati basati su programmi condivisi a sostegno dello sviluppo, del commercio, della sicurezza, insieme ai piani di azione sulla migrazione (Piano d'azione de La Valletta e dichiarazione di Malta del 2017) e per la lotta al terrorismo, con diverse missioni e operazioni militari e civili Ue, nel quadro della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) – con particolare riferimento a quelle attualmente in corso in Repubblica centrafricana, Libia, Mali, Niger, Somalia e con la forza congiunta G5 Sahel, di recente istituzione per migliorare la sicurezza nella regione;
     è utile segnalare che l'accordo di Cotonou risale a quasi vent'anni fa ed oggi il contesto globale e anche dell'Africa è profondamente cambiato, a partire dalla forte e consolidata penetrazione della Cina nel continente. Occorre pertanto rivedere i grandi obiettivi del partenariato per adeguarli alle nuove realtà. In tal senso, l'Unione europea intende concludere un accordo politico completo, ridefinendo un programma moderno a partire dalle tabelle di marcia concordate a livello internazionale per lo sviluppo sostenibile (l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, gli obiettivi di sviluppo sostenibile, il programma d'azione di Addis Abeba, l'accordo di Parigi, il nuovo consenso UE in materia di sviluppo, la strategia globale in materia di politica estera e di sicurezza dell'Unione europea, e altro). I nuovi negoziati dovranno aprire la strada a forme di cooperazione rinnovate rispetto alla dimensione tradizionale dello sviluppo;
     il 2020 può essere decisivo nelle relazioni tra Unione europea e Africa, per determinare un salto di qualità nei rapporti politici ed economici tra i due continenti, a partire dall'istituzione di un'area continentale di libero scambio (AfCFTA, dall'acronimo inglese). Dopo aver adottato, nel marzo 2018, la cornice giuridica, sono in corso i negoziati sulle clausole operative dell'accordo: l'avvio dei commerci in regime di libero scambio è previsto a partire dal gennaio 2021;
     gli obiettivi sono ambiziosi: promuovere lo sviluppo del commercio intra-africano, rimuovendo le barriere tariffarie e non-tariffarie su beni e servizi, al fine di contribuire al progresso economico e sociale del continente, all'aumento degli scambi, all'impulso all'industrializzazione e alla promozione dell'occupazione, favorire una trasformazione strutturale dei paesi africani e una più rapida integrazione nei mercati internazionali;
     gli scambi tra Ue e Africa coprono circa un terzo del totale delle esportazioni e importazioni africane: nessun altro partner commerciale dell'Africa si avvicina a livelli simili (la Cina si attesta intorno al 10 per cento, gli USA al 6 per cento). L'Unione europea è inoltre il principale investitore in Africa: lo stock di investimenti europei nel 2017 (pre-Brexit) ammontava a circa 260 miliardi di euro, pari al 40 per cento del totale degli investimenti esteri diretti in Africa;
     il rilancio delle relazioni fra l'Unione europea e l'Africa costituisce una delle priorità della Commissione geopolitica guidata da Ursula von der Leyen. La Comunicazione «Towards a comprehensive Strategy with Africa», presentata il 9 marzo, costituisce il primo passo di un dialogo fra le due Unioni, quella europea e quella africana; la strategia avanzata dalla Commissione indica le priorità su cui incentrare le relazioni fra l'Europa e l'Africa, predisponendo cinque partnership tematiche, attraversate da dieci azioni; la comunicazione congiunta sulla nuova strategia con l'Africa è stata elaborata in vista del Vertice Unione europea-Unione africana che avrebbe dovuto svolgersi ad ottobre 2020 ma è stato rimandato al 2021 a causa della pandemia di Covid-19;
     tale nuova strategia andrà ulteriormente aggiornata alla luce della crisi pandemica nel continente africano, con particolare riferimento all'Africa subsahariana che nel 2020 chiuderà con la sua prima recessione da 25 anni a questa parte e che, secondo la Banca Mondiale, prospetta una contrazione del Pil regionale all'interno di una forchetta compresa tra –2,1 per cento e –5,1 per cento. La crisi sanitaria, anche laddove si presenta più contenuta rispetto allo scenario globale, rischia di aggravare le fragilità strutturali delle economie africane: forte calo della domanda internazionale in particolare di prodotti agricoli, calo del prezzo delle materie prime, stop di investimenti esteri, fuga di capitali, fermo del turismo e trasporti aerei, crollo delle rimesse da parte della diaspora. Il Consiglio europeo dovrebbe, pertanto, indirizzare il proprio impegno verso nuove forme di cooperazione che tengano conto delle conseguenze della pandemia di COVID-19 nel continente africano, concordando specifiche misure che, oltre agli impatti direttamente sanitari e sui vaccini, prospettino un alleviamento del debito dell'Africa, invitando la Commissione a preparare un pacchetto specifico in tale direzione;
     infine, va segnalato come il Fondo fiduciario di emergenza per l'Africa (EU Trust Fund) creato nel 2015, quale strumento per affrontare le cause profonde e strutturali delle migrazioni africane (economiche, sociali, politiche e ambientali) necessiti di un rafforzamento finanziario, anche in vista dell'approvazione del bilancio pluriennale europeo 2021-2027;
    con riferimento alle questioni di politica economica europea:
     la ripartenza dell'Italia non potrà in nessun modo non considerare l'urgenza di utilizzare le risorse provenienti dal Next Generation EU (NGEU). Anche se il tema del bilancio a lungo termine non verrà discusso, la questione dei contrasti sulle trattative in corso gravano inevitabilmente sul vertice, sollecitando l'urgenza di un maggiore sforzo da parte degli stati membri per riprendere il round negoziale sul nuovo budget 2021-2027 dell'Unione;
     sul bilancio europeo si registrano ancora troppe distanze tra i rigoristi del Nord, che vorrebbero uno stanziamento più ristretto e quelli del Sud, tra i quali l'Italia, che ne vorrebbero uno più corposo; i dissidi interistituzionali vertono sul Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 e sul Piano di ripresa relativo al nuovo strumento Next Generation EU, per sostenere la ripresa degli Stati membri, secondo quanto previsto nell'accordo di luglio in sede di Consiglio europeo;
     l'effettiva implementazione del Piano dipende dall'approvazione delle risorse da reperire nell'ambito del nuovo bilancio pluriennale Ue;
     tuttavia, la bozza di compromesso della presidenza di turno tedesca non è riuscita a ricomporre i contrasti fra gli Stati membri e fra Consiglio e Parlamento europeo; quest'ultimo ha annunciato che senza una valida proposta per aumentare i massimali per le risorse del Bilancio pluriennale Ue, le trattative sono interrotte; il Parlamento europeo non è disposto a rinunciare al valore aggiunto di alcuni programmi paneuropei (lamentando il sotto finanziamento di 15 programmi europei, per i quali chiede almeno 38 miliardi in più); mentre nell'accordo di luglio i paesi cosiddetti «frugali» hanno accordato, a loro favore, un aumento di sconti ai contributi al bilancio europeo (cosiddetti «rebates») a valere proprio sui programmi panaeuropei, cosiddetta bandiera (sicurezza e difesa comune Ue, Erasmus, Horizon Europe); inoltre permane lo scontro sul tema delle risorse proprie che dovranno stanziare l'intero Piano del Recovery Fund, attraverso una fiscalità equa e in linea con le politiche a lungo termine dell'Unione;
     come efficacemente espresso dal presidente dei popolari europei Manfred Weber, «la proposta del Presidente Michel al Parlamento europeo manca di ambizione e non fornisce all'Unione i mezzi necessari per implementare le sue priorità e mettere nelle condizioni la Unione europea di funzionare»;
     la piena fattibilità del Piano di ripresa dipende dall'introduzione di nuove risorse proprie a bilancio e le tensioni sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 minacciano di riverberarsi sul piano NGEU anche a causa dei minacciati veti da parte di alcuni Paesi (sia dei cosiddetti «frugali» che del blocco dei Paesi dell'est); alcuni di questi Stati, anche per motivi elettorali interni, nascondono il loro reale obiettivo di ritardare l'erogazione dei fondi dietro la richiesta di una maggiore disciplina sullo stato di diritto che i Paesi di Visegrad sono recalcitranti a rispettare;
     infine, in considerazione dei contrasti e dello slittamento dei già lunghi tempi previsti, appare molto discutibile la scelta del Governo di dare la priorità alle risorse provenienti dal Recovery Fund che, nella migliore delle ipotesi, non potranno essere esigibili prima dell'autunno del 2021, accantonando la possibilità di accedere senza condizionalità alla nuova linea di credito del MES (con un tasso addirittura negativo intorno a quota –0,07 per cento sulla durata settennale). È necessario valutare compiutamente la richiesta dei circa 36 miliardi di fondi messi a disposizione dalla nuova linea di credito del MES, subito disponibili ed esigibili per spese sanitarie, che potrebbero liberare le risorse provenienti dagli altri fondi europei per altri settori; è necessario garantire al nostro Paese una migliore possibilità di resilienza, soprattutto in vista di una possibile recrudescenza della pandemia, che può mettere in crisi il sistema sanitario nazionale, il quale soffre ancora di un importante deficit strutturale e tecnologico;
    per quanto riguarda le relazioni esterne dell'Unione:
     la complessità del nuovo quadro globale, in un contesto di persistente crisi sanitaria, con impatti economici di estese dimensioni, richiama la necessità di operare svolte epocali in grado di ridisegnare il futuro dell'Unione, in favore di una Ue capace di competere nel XXI secolo con una maggiore solidità economica nei confronti di big globali e di attori emergenti, con una propria politica estera e una difesa comune, in grado di parlare con una voce unica e autorevole al mondo, decisiva nelle relazioni esterne e nello scacchiere internazionale; un'Europa che, nel rafforzamento dell'Alleanza transatlantica, basata su storia e valori comuni e un legame indissolubile, riafferma in modo più assertivo, i suoi principi e valori fondanti, in quanto patria garante della democrazia e dello stato di diritto;
     l'Europa è impegnata su molti dossier di politica estera, tra cui rilevano:
     le questioni inerenti il Mediterraneo orientale, con i contrasti tra Grecia, Cipro e Turchia, le relazioni commerciali Ue-Cina, le recenti proteste in Bielorussa, il riaccendersi del conflitto del Nagomo-Karabakh – questioni sulle quali si è espresso il recente Consiglio straordinario europeo dello scorso 1-2 ottobre,

impegna il Governo:

   1) con riferimento alle relazioni UE-Regno Unito e alla Brexit:
    a) ad attivarsi per scongiurare l'ipotesi di un «No deal» tenendo comunque aperto il canale dei rapporti bilaterali fra Italia e Regno Unito, al fine di assicurare la continuità su alcuni comparti cruciali e di interesse strategico fra i due Paesi, con particolare riguardo al settore terziario italiano;
    b) ad attivarsi, anche mediante relazioni bilaterali, per evitare che la situazione soprattutto in Irlanda e in Scozia possa degenerare in caso di «No Deal», con il ripristino delle frontiere con il resto d'Europa;
    c) a tutelare la comunità di connazionali, studenti e lavoratori, con una forte presenza in particolare a Londra, in tutte le fasi del negoziato di recesso;
   2) con riferimento ai cambiamenti climatici:
    a) a sostenere l'obiettivo dell'Unione europea di conseguire la neutralità climatica entro il 2050, con gli obiettivi da raggiungere entro il 2030, indicati nella strategia a lungo termine dell'Unione europea e in linea con gli accordi di Parigi, anche con misure di trasformazione in chiave green di tutti i settori (industria, trasporti, edilizia ed agricoltura);
    b) a favorire la riduzione dei limiti di biossido di azoto (NO2), anche per non incorrere in procedure di infrazione da parte dell'Unione europea in materia ambientale;
    c) a incentivare uno sviluppo sostenibile a basse emissioni di gas a effetto serra e l'economia circolare, a riconvertire produzioni inquinanti e in favore della creazione di nuove professionalità, scongiurando, al contempo, il rischio che l'implementazione non graduale di taluni obiettivi climatici possa compromettere la competitività di importanti comparti industriali del nostro paese;
   3) con riferimento ai rapporti Ue-Africa e alle relazioni esterne dell'Unione:
    a) a sostenere la necessità di programmare – come più volte sollecitato dai Presidente Berlusconi – un grande piano di investimenti europei per l'Africa, al fine di ridurre il gap con gli altri continenti;
    b) a sostenere la necessità di rivedere i grandi obiettivi del partenariato Ue-Africa per adeguarli alle nuove sfide globali, come la migrazione, la pace e la sicurezza, la difesa dei diritti umani, le libertà fondamentali, la democrazia, lo Stato di diritto, la buona governance, insieme a un aggiornamento della nuova strategia Ue con l'Africa che tenga conto delle conseguenze sanitarie ed economico-finanziarie della pandemia sul continente;
    c) a sostenere la necessità di potenziare le risorse del Fondo fiduciario di emergenza per l'Africa (EU Trust Fund), nell'ambito del nuovo QFP 2021-2027;
    d) ad attivarsi per migliorare la proposta della Commissione europea su un Nuovo Patto sulla migrazione e l'asilo, al fine di un superamento del Trattato di Dublino, laddove scarica tutti gli oneri sui paesi di primo approdo e accoglienza, insieme al rafforzamento del controllo delle frontiere esterne alla Unione europea e degli accordi con i Paesi di origine, flusso e transito;
    e) a sostenere la necessità di un'Europa più forte nel mondo, in favore di una difesa comune, con capacità di riaffermare la necessità di un ordine internazionale basato sul rispetto delle regole e dei diritti umani e delle norme e standard concordate a livello internazionale, con particolare riguardo alle relazioni con i paesi terzi;
    f) a rimettere al centro la questione Mediterraneo-Libia, facendosi promotore di un accordo tra Unione europea e Stato libico per garantire il rispetto da parte di quel paese delle norme sulle acque internazionali;
    g) a rafforzare l'azione dell'Europa nel Mediterraneo e a sostenere la proposta del presidente del Consiglio europeo Charles Michel per la convocazione di una conferenza multilaterale atta a favorire il dialogo, in seguito ai conflitti apertisi fra Grecia, Turchia e Cipro nel Mediterraneo orientale;
    h) ad appoggiare l'azione dell'Alto rappresentante Ue Josep Borrell e del gruppo di mediazione di Minsk dell'OSCE, affinché si arrivi a un immediato cessate il fuoco per la ripresa dei negoziati per il Nagomo-Karabakh, in quanto la crisi non può essere risolta con una soluzione militare e né con ingerenze esterne, scongiurando un pericoloso allargamento regionale del conflitto;
   4) con riferimento alle politica economica Ue:
    a) con particolare riferimento ai negoziati in corso in sede Ue sul NGUE EU, la necessità di avvalersi dei contributi di tutte le forze politiche, anche dell'opposizione, mediante la previsione di una cabina di regìa che responsabilizzi tutti circa l'utilizzo delle risorse che l'Europa ha messo a disposizione, in considerazione dell'importante ruolo svolto dalle forze che rappresentano il cuore pulsante dell'Europa, a partire dal PPE di cui Forza Italia fa parte, ai fini delle intese raggiunte per lo stanziamento delle misure europee, decisive per il nostro Paese nella consapevolezza che solo la coesione e la condivisione di tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, potrà portare vantaggi nelle trattative per il «sistema paese»;
    b) ad attivarsi per addivenire nel più breve tempo possibile ad un accordo condiviso con i Partner europei per l'utilizzo delle risorse del Next Generation EU e a tal fine, sostenere la mediazione della presidenza di turno tedesca, affinché vengano superati i veti incrociati dei paesi cosiddetti frugali e del blocco dei Paesi dell'est e scongiurare ulteriori ritardi nel percorso di approvazione del NGUE;
   5) in tema di contrasto al Covid-19:
    a) a sollecitare l'urgenza di un'agenda sanitaria condivisa, per migliorare adeguatezza e tempestività delle risposte e riconquistare una sovranità tecnologica ed economica dell'Unione sui mercati mondiali nella gestione della crisi pandemica; per la condivisione di misure per la prevenzione delle crisi sanitarie e delle catastrofi, di comuni scorte di attrezzature, materiali, medicinali, diagnostica e vaccini, di programmi di ricerca e innovazione scientifica per lo sviluppo di un vaccino anti COVID-19 sicuro ed efficace, quale bene pubblico globale e accessibile a tutti;
    b) a sostenere la necessità di un approccio coordinato alla limitazione della libertà di circolazione, proporzionata e non discriminatoria, in risposta alla pandemia di COVID-19, in linea con la recente raccomandazione adottata dal Consiglio.
(6-00141) «Gelmini, Lupi, Occhiuto, Valentini, Rossello, Carfagna, Bergamini, Cappellacci, Fitzgerald Nissoli, Napoli, Orsini, Battilocchio, Marrocco, Pettarin, Ruggieri, Elvira Savino, Cosimo Sibilia, Vietina, Musella».