• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00118    discussa la relazione delle Commissioni III (affari esteri e comunitari) e IV (difesa) all'assemblea sulla Deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione...



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00118presentato daPALAZZOTTO Erasmotesto presentato Mercoledì 15 luglio 2020 modificato Giovedì 16 luglio 2020, seduta n. 373

   La Camera,
   discussa la relazione delle Commissioni III (affari esteri e comunitari) e IV (difesa) all'assemblea sulla Deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell'Italia a ulteriori missioni internazionali per l'anno 2020, adottata il 21 maggio 2020 (Doc. XXV, n. 3), e la Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso e sullo stato degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, riferita al periodo 1o gennaio-31 dicembre 2019, anche al fine della relativa proroga per il periodo 1o gennaio-31 dicembre 2020, deliberata il 21 maggio 2020 (Doc. XXVI, n. 3), adottate ai sensi, rispettivamente, degli articoli 2 e 3 della legge 21 luglio 2016, n. 145;
   richiamati gli approfondimenti istruttori svolti e le comunicazioni del Governo sull'andamento delle missioni internazionali autorizzate per il 2019 e sulla loro proroga per l'anno in corso, nonché sulle missioni da avviare nel 2020, svolte il 25 giugno 2020 nell'ambito dell'esame dei sopra citati provvedimenti davanti alle Commissioni riunite affari esteri e difesa della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;
   premesso che:
    in Libia dal 2011 si protrae una condizione di instabilità generata dal conflitto contro Gheddafi e dalla incapacità della comunità internazionale ed in particolare dei Paesi europei di gestire una transizione del paese verso una condizione di pace e stabilità;
    in questi anni la Libia è stata un «non Stato» caratterizzato da una forte conflittualità tra le diverse milizie che continuano ad avere ancora oggi un ruolo determinante nel contesto generale;
    le milizie rispondono più che ad un governo o ad un altro, a dinamiche tribali e di gestione di potere legati al controllo di porzioni di territorio e di infrastrutture strategiche;
    gli scontri, susseguitisi negli anni, tra le forze del Presidente Fayez al-Serraj e quelle del maresciallo Khalifa Haftar hanno peggiorato la situazione di insicurezza del Paese, politicamente frammentato e dilaniato da anni di conflitto civile azzerando ogni possibilità di considerare Libia uno Stato unitario a prescindere dal governo che la comunità internazionale decide di riconoscere;
    sia le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza affiliati al GNA (Government of National Agreement), sostenuto dalle Nazioni Unite, con base a Tripoli e presieduto dal primo ministro Fayez al-Sarraj, sia l'autoproclamato LNA (Libyan National Army), guidato dal generale Khalifa Haftar e schierato a fianco del governo ad interim con base a Tobruch nell'est della Libia, hanno continuato ad agire in questi anni al di fuori dello stato di diritto;
    la situazione è definitivamente degenerata in un vero e proprio conflitto che rende la Libia a tutti gli effetti un Paese in guerra civile, quando a gennaio del 2019, l'LNA ha lanciato un'operazione con l'obiettivo di conquistare la città di Saba e altre aree della Libia meridionale, sottraendole al GNA e alle fazioni locali, rivendicando così il controllo territoriale sulla Libia sudoccidentale. Ad aprile 2019, l'LNA ha lanciato un'offensiva per assumere il controllo della capitale Tripoli, oltre al suo aeroporto, Mitiga;
    il 2 luglio 2019, un attacco dell'LNA contro un centro di detenzione per migranti a Tajoura, alla periferia orientale di Tripoli, ha causato decine di morti e feriti tra migranti e rifugiati. Amnesty International ha inoltre documentato diversi attacchi compiuti dall'LNA contro ospedali da campo e ambulanze;
    i combattimenti dentro e intorno a Tripoli hanno provocato almeno 140.000 sfollati, aggravando la situazione umanitaria e interrompendo l'accesso all'assistenza medica, all'elettricità e ad altri servizi di base;
    il processo politico è rimasto a lungo ad un punto di stallo. La comunità internazionale non è riuscita ad assumere una posizione unitaria sulla Libia e ha piuttosto alimentato la volontà e la capacità di entrambe le parti di prolungare le ostilità;
    l'LNA ha il sostegno di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Francia e Russia mentre il Gna quello di Turchia, Qatar e Italia;
    in violazione di un embargo totale sulle armi stabilito dalle Nazioni unite dal 2011, Paesi terzi hanno sostenuto l'LNA e il GNA attraverso trasferimenti illeciti di armi e fornito supporto militare diretto. Il principale sostenitore del GNA, la Turchia, ha fornito a quest'ultimo mezzi corazzati da combattimento Kripi e droni armati Bayraktar TB2. Gli Emirati Arabi Uniti, come principale sostenitore dell'LNA, hanno messo a disposizione di quest'ultimo droni Wing Loong di fabbricazione cinese;
    nonostante i negoziati in corso in formati multilaterali la situazione sul campo si è modificata con l'intervento diretto della Turchia nel conflitto che oltre alla violazione dell'embargo e le relative forniture di armamenti alle forze del GNA ha schierato direttamente reparti del proprio esercito ed utilizzato l'aviazione impegnando tra l'altro sul campo di battaglia miliziani Jihadisti arruolati in Siria e trasferiti in Libia a sostegno delle milizia di Serraji;
    le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza che si stanno affrontando, hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale, compresi crimini di guerra e violazioni sistematiche dei diritti umani. I combattimenti dentro e intorno a Tripoli hanno provocato un alto numero di vittime civili, centinaia di feriti e decine di migliaia di sfollati;
    nelle carceri, nei centri di detenzione e nei luoghi di reclusione non ufficiali dilagano tortura, maltrattamenti e violenze di ogni genere. Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno represso la libertà d'espressione mettendo in atto vessazioni, rapimenti e attacchi nei confronti di esponenti politici, giornalisti, difensori dei diritti umani e attivisti;
    le autorità libiche non hanno provveduto a proteggere le donne, comprese giornaliste, blogger, difensore dei diritti umani e altre attiviste dalla violenza di genere perpetrata dalle milizie e dai gruppi armati o ad assicurare che fossero in condizioni di esercitare il loro diritto di esprimersi liberamente. Le donne che denunciano apertamente la corruzione o le azioni violente compiute dalle milizie sono vittime di minacce, rapimenti ed episodi di violenza sessuale;
    la condizione di decine di migliaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti rimane drammatica: esposti ad arresti arbitrari e rapimenti per mano delle milizie e regolarmente vittime di trafficanti di esseri umani e di abusi di potere da parte di gruppi criminali collusi con le autorità, il deteriorarsi del conflitto li ha esposti a rischi sempre maggiori;
    le autorità libiche continuano a detenere illegalmente migliaia di persone nei centri amministrati dal Direttorato generale per la lotta alla migrazione illegale, dove vengono sottoposte a sfruttamento, lavoro forzato, tortura e altre violenze, inclusi stupri, spesso allo scopo di estorcere denaro alle famiglie in cambio del loro rilascio;
    i detenuti nei centri vivono in condizioni disumane, di sovraffollamento e mancanza di cibo, acqua e cure mediche. Rifugiati e migranti continuano ad essere detenuti in centri di detenzione situati vicino a zone di combattimento attivo e questo li espone al rischio di venir uccisi o feriti durante gli attacchi indiscriminati o mirati, come accaduto nel caso dell'attacco al centro di Tajoura;
    i centri vengono regolarmente ripopolati. Solo nel 2019, le autorità marittime libiche, in particolare la Guardia costiera libica, hanno intercettato almeno 9.225 rifugiati e migranti che attraversavano il Mediterraneo centrale, riportandoli quasi tutti indietro nei centri di detenzione libici;
    inoltre con oltre 480 contagi da coronavirus registrati ufficialmente nel paese, e molti altri che potrebbero non essere stati rilevati, in questo momento a preoccupare è anche la situazione sanitaria nei centri di detenzione dove si vive ammassati, in condizione di vera disumanità. Un allarme rilanciato ripetutamente anche da Papa Francesco;
    continuano inoltre le minacce contro le Ong che svolgono operazioni di ricerca e soccorso così come le violenze contro i rifugiati e i migranti, sia durante le operazioni di salvataggio, sia nei punti di sbarco. Per esempio, a settembre 2019, le autorità libiche hanno ucciso un uomo sudanese con un colpo d'arma da fuoco durante le operazioni di sbarco, dopo che un gruppo di rifugiati e migranti aveva cercato di sfuggire all'arresto;
    l'attuale condizione libica ha contribuito ad aggravare la situazione migratoria in particolare per quanto riguarda le condizioni di permanenza dei migranti e dei rifugiati nei centri di detenzione sommando alla ferocia del trattamento dei migranti ampiamente documentata, i rischi oggettivi di uno stato di guerra;
    a questa situazione va ad aggiungersi un peggioramento delle condizioni di sicurezza nel Mediterraneo;
    gli ultimi rapporti dell'Unhcr mostrano che, mentre il numero di persone che arrivano in Europa dal Mediterraneo Centrale è diminuito, il tasso di mortalità è aumentato bruscamente, in particolare per coloro che tentano la traversata dalla Libia;
    chi riesce a fuggire dai centri di detenzione non ha altra alternativa che tentare la fuga attraverso il mare verso le coste europee affidandosi alle reti di trafficanti che spesso gestiscono i centri e che li liberano in cambio del pagamento di ingenti somme di denaro;
    la Libia ha dichiarato una propria zona di competenza SAR senza che sussistano i requisiti fondamentali previsti dalle convenzioni internazionali a partire dall'esistenza di un POS (Place of Safety) dove sbarcare le persone soccorse in mare;
    in seguito a questa decisione i Governi europei ed in particolare quello italiano hanno di fatto ritirato tutti gli assetti governativi di salvataggio in mare rifiutandosi in più occasioni di intervenire in casi di distress in contrasto con le convenzioni internazionali SOLAS e SAR;
    l'Italia e altri Stati membri dell'Unione europea hanno continuato a fornire supporto alle agenzie marittime e ad altre autorità libiche, anche tramite la donazione di motovedette d'altura, l'addestramento degli equipaggi e altra assistenza, cancellando di fatto dai propri programmi la questione del soccorso in mare che rimane un'incidentale legata prevalentemente all'addestramento della Guardia costiera libica;
    in questo momento non c’è un dispositivo di soccorso navale nel Mediterraneo centrale, Malta si rifiuta di adempiere ai propri obblighi internazionali e in questi mesi abbiamo assistito ad una serie di omissioni di soccorso che sono internazionalmente riconosciute come crimini e pongono l'Italia in una situazione di difficoltà;
    secondo i dati dell'Ispi, tra agosto 2017 e gennaio 2020, ovvero dal momento in cui i trafficanti libici hanno cominciato a trattenere i migranti anziché lasciarli partire, più di 4 migranti su 10 partiti dalla Libia sono stati intercettati in mare e riportati nel paese. Viceversa, solo il 54 per cento di loro è riuscito a raggiungere l'Unione europea, in numeri assoluti, significa che circa 32.000 migranti sui 76.000 che sono partiti dalla Libia da agosto 2017 sono stati intercettati dalla Guardia costiera libica e riportati nel paese;
    una inchiesta giornalistica pubblicata su Avvenire dimostra addirittura una fattiva collaborazione tra Malta e Libia finalizzata al respingimento dei migranti e alla loro cattura da parte della Guardia costiera libica che li riporta nell'inferno dei campi di detenzione;
    l'Onu, la Commissione europea, il consiglio d'Europa hanno più volte dichiarato che la Libia non può in nessun caso essere considerato un porto sicuro;
    nell'ultimo dossier al Consiglio di Sicurezza del mese di maggio del 2020, acquisito dalla Corte penale dell'Aia, il Segretario generale delle Nazioni Unite dichiara esplicitamente una forte preoccupazione per la condizione di rifugiati e migranti ed esorta esplicitamente gli Stati membri a rivedere le politiche a sostegno del ritorno dei rifugiati e migranti in quel Paese;
    nel citato rapporto si legge: «La situazione dei migranti e dei rifugiati, compresi quelli detenuti nei centri di detenzione ufficiali, rimane fonte di grave preoccupazione». La missione ONU a Tripoli (Unsmil) «e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno continuato a ricevere segnalazioni di detenzione arbitraria o illegale, tortura, sparizioni forzate, sovraffollamento». Non solo nelle prigioni clandestine dei trafficanti, ma «nelle strutture di detenzione sotto il controllo del Ministero dell'interno»;
    da gennaio 2020 sono stati intercettati in mare e riportati in un Paese in guerra oltre 4.200 «tra migranti e rifugiati». Di questi circa «1400 sono detenuti nelle prigioni sotto il controllo del ministero dell'interno». Sul destino degli altri non si hanno notizie;
    il rapporto riporta inoltre che: «L'Unsmil ha ricevuto notizie credibili circa il contrabbando e il traffico di richiedenti asilo e rifugiati nei centri di detenzione ufficiali di Abu Isa e al Nasr a Zawiyah»;
    si tratta di «rimpatri» forzati verso veri e propri «lager», dove uomini, donne e bambini in fuga da guerre e persecuzioni, sono ancora oggi vittime di torture e abusi inimmaginabili, in un paese dove «l'industria del contrabbando e tratta» è stata in parte convertita in «industria della detenzione» anche grazie a questo considerevole flusso di denaro;
    al momento si contano oltre 2 mila migranti bloccati nei centri di detenzione ufficiali libici e un numero imprecisato in quelli non ufficiali, controllati dalle diverse bande armate e fazioni in lotta, mentre si continua a morire lungo la rotta del Mediterraneo centrale – con oltre 230 vittime dall'inizio dell'anno;
    il segretario generale dell'Onu ha chiesto dunque di interrompere la cooperazione per la cattura dei migranti in mare esortando «gli Stati membri a rivedere le politiche a sostegno del ritorno di rifugiati e migranti in quel Paese». Nonostante tutto ciò, l'Italia, Malta e l'agenzia europea Frontex, hanno intensificato il sostegno alla Guardia costiera libica a cui vengono segnalati i barconi da intercettare anche all'interno di SAR europee;
    il libero accesso ai campi di prigionia ufficiali resta precluso ai funzionari Onu. Tuttavia nelle ultime settimane gli osservatori «hanno potuto documentare otto casi di donne e ragazze che erano state stuprate da trafficanti e personale di sicurezza libico». Ulteriore prova della connessione diretta tra uomini delle istituzioni e contrabbandieri di vite umane;
    la Corte penale internazionale ha aperto un'indagine per crimini contro l'umanità, per violazioni sistematiche, organizzate e continuate da parte delle autorità libiche, che sono le stesse con cui noi abbiamo sottoscritto un memorandum d'intesa nel 2017, che oggi è in fase di revisione in sede di comitato bilaterale, a cui l'Italia continua ad affidare mezzi navali e con cui coltiva relazioni costanti;
    precedentemente, l'anno scorso, in una delle 35 raccomandazioni che il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic ha fatto agli Stati membri dell'organizzazione e in particolare a quelli che sono anche membri della UE affinché rispettino il giusto equilibrio tra il diritto di controllare i confini e il dovere di proteggere le vite e i diritti delle persone soccorse nel Mediterraneo, è stata quella di chiedere agli Stati membri dell'Unione europea di sospendere ogni collaborazione con la Libia finché non sarà provato che non siano violati i diritti umani delle persone sbarcate sulle sue coste;
    il 5 aprile 2019 il direttore generale dello OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni), Antonio Vitorino ha dichiarato: «I migranti, compresi uomini, donne e bambini che sono detenuti in condizioni spesso subumane in un rapido deterioramento della situazione di sicurezza sono particolarmente vulnerabili», ha continuato, osservando che «la Libia non è un posto sicuro per rimpatriare i migranti che hanno tentato e fallito per raggiungere l'Europa»;
    il 5 giugno 2019 Sam Turner, capo missione di MSF in Libia aveva dichiarato: «A differenza della popolazione libica, che può lasciare le case circondate dai combattimenti e trasferirsi nei rifugi collettivi, i migranti rinchiusi nei centri di detenzione non hanno vie di fuga, e nel frattempo le condizioni già precarie in cui vivono peggiorano a causa del conflitto»;
    il nostro Paese non può continuare a finanziare alla cieca la missione internazionale con la Guardia costiera libica, in ovvio contrasto con ogni principio di diritto internazionale pur di vedere attenuato il numero degli sbarchi, perché questo si risolve nella evidente violazione dell'articolo 10 della Costituzione e della Convenzione europea dei diritti dell'Uomo (e della conseguente giurisprudenza della Corte di Strasburgo);
    pertanto qualsiasi azione volta a riportare le persone salvate in mare in Libia si configura come respingimento verso un luogo non sicuro in violazione delle convenzioni e del diritto internazionale. Va ricordato infatti che l'articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (Protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione), prevede che «Le espulsioni collettive sono vietate» e «Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti»;
    lo stesso principio di non respingimento è sancito dall'articolo 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, integrato dall'articolo 3 della Convenzione ONU contro la tortura, quindi richiamato dai Regolamenti europei n. 656/2014 e 1624/2016, che impedisce di respingere una persona verso uno Stato dove la sua vita sarebbe in pericolo o dove essa rischi di essere sottoposta a tortura o altro trattamento inumano o degradante. Questo divieto è stato interpretato dalla Corte europea dei diritti umani come applicabile anche ai casi di respingimento in alto mare. È quindi evidente come respingere una nave con persone soccorse verso un territorio dove queste persone potrebbero subire una violazione di diritti fondamentali costituisce un atto illecito;
    il Regolamento di Frontex n. 656/2014 definisce il place of safety come il «...luogo in cui si ritiene che le operazioni di soccorso debbano concludersi e in cui la sicurezza per la vita dei sopravvissuti non è minacciata, dove possono essere soddisfatte le necessità umane di base e possono essere definite le modalità di trasporto dei sopravvissuti verso la destinazione successiva o finale tenendo conto della protezione dei loro diritti fondamentali nel rispetto del principio di non respingimento...»;
    quando le autorità italiane sollecitano la responsabilità SAR «libica», con riferimento alle persone che, trovandosi a bordo di gommoni in acque internazionali, sono state segnalate per prima alle autorità italiane, e dunque ricadono già sotto la giurisdizione italiana, indipendentemente dallo stato di bandiera dei mezzi civili o militari che vengono coinvolti nel soccorso, realizzano tutti gli estremi di una consegna (rendition) di quelle stesse persone alle autorità di un paese che non garantisce un luogo di sbarco sicuro, che non aderisce alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, nel quale sono note le collusioni tra autorità statali e trafficanti, e che, non da ultimo si trova in una fase di conflitto armato e di gravi violazione dei diritti umani anche ai danni della popolazione libica;
    la collaborazione con il centro di coordinamento libico (JRCC) contraddice quindi le norme internazionali in materia di diritti umani e diritto dei rifugiati, innanzitutto perché i migranti corrono il pericolo di essere sottoposti a tortura e trattamenti inumani e degradanti in Libia e in secondo luogo, perché le stesse autorità libiche potrebbero respingere i migranti stessi verso i loro Stati di origine, dove potrebbero nuovamente essere sottoposti a tortura, trattamenti inumani e degradanti e persecuzioni, in violazione alle norme sulla tutela dei diritti umani e dei diritti dei rifugiati;
    ricordiamo come nel caso «Hirsi Jamaa» la Corte di Strasburgo abbia affermato che «l'Italia non può liberarsi della sua responsabilità invocando gli obblighi derivanti dagli accordi bilaterali con la Libia. Infatti, anche ammesso che tali accordi prevedessero espressamente il respingimento in Libia dei migranti intercettati in alto mare, gli Stati membri rimangono responsabili anche quando, successivamente all'entrata in vigore della Convenzione e dei suoi Protocolli nei loro confronti, essi abbiano assunto impegni derivanti da Trattati»;
    il nostro Governo, continuando a supportare e finanziare il sistema d'intercettazione e di controllo della Guardia Costiera Libica si rende corresponsabile delle violenze, delle torture e delle sistematiche violazioni dei diritti che i migranti subiscono durante la loro permanenza nei centri di detenzione, in cui vengono rimandati una volta intercettati e ricondotti in Libia;
    diversi report di organizzazioni non governative e molte inchieste giornalistiche dimostrano come siano spesso le stesse milizie ed in particolare quelle delle città costiere a gestire sia i traffici di esseri umani che le attività della Guardia Costiera e nello stesso rapporto del Consiglio di Sicurezza dell'ONU viene segnalato un alto rischio di infiltrazione e di legami tra il personale della Guardia Costiera Libica e le milizie che spesso gestiscono anche il traffico di esseri umani;
    il quotidiano Avvenire per esempio ha raccontato minuziosamente del ruolo di Abdurahman al-Milad, detto al-Bija, capo della guardia Costiera Ovest che controlla l'area che va da Tripoli a Zuara, in cui si trovano alcuni dei principali punti di partenza per le coste europee, al-Bija è contemporaneamente a capo delle milizie di Zawya, tra le più importanti schieratesi a supporto del governo di Al Serraji a difesa di Tripoli e secondo un rapporto delle Nazioni Unite, è a capo di un'organizzazione criminale che sfruttando il suo doppio ruolo di capo di una milizia e di capo della Guardia Costiera, gestisce il traffico di esseri umani, la cattura e la detenzione dei migranti nei centri governativi e non. Gli uomini di Bija sono responsabili di violenze inaudite, stupri, estorsioni, torture, omicidi e vendita di esseri umani come schiavi. Nei suoi confronti, le Nazioni unite hanno disposto diverse sanzioni;
    in uno stralcio di uno dei documenti a disposizione della Procura presso la corte penale internazionale in Olanda riportato da Avvenire.it si legge che: «Le sue forze erano state destinatarie di una delle navi che l'Italia ha fornito alla Lybian Coast Guard», alcuni uomini della sua milizia «avrebbero beneficiato del Programma Ue di addestramento»;
    i giornalisti italiani, Nello Scavo e Nancy Porsia, sono attualmente sotto scorta nel nostro Paese per le minacce subite da Bija, dopo aver raccontato esattamente quali siano i suoi traffici e il ruolo avuto dallo stesso nella Guardia costiera libica;
    si ricorda a tal proposito che Bija è stato ricevuto in Italia e accolto come esponente della Guardia costiera libica e con tale ruolo ha partecipato ad incontri ufficiali che servivano ad implementare la cooperazione proprio in funzione della missione di supporto alle attività della Guardia costiera libica;
    il 29 maggio 2020 il gup del Tribunale di Messina ha condannato tre uomini a venti anni ciascuno con l'accusa di sequestro di persona, tratta di esseri umani e tortura. Secondo l'accusa i tre uomini avrebbero trattenuto in un campo di prigionia libico decine di profughi pronti a partire per l'Italia. I migranti avevano raccontato di essere stati torturati, picchiati e di aver visto morire compagni di prigionia. I tre, come hanno appurato gli inquirenti, avrebbero gestito per conto di una organizzazione criminale il campo di prigionia a Zawya, lo stesso che è sotto il controllo di Bija;
    pertanto, in questo contesto la cooperazione italiana con il governo libico ed in particolare attraverso la Missione di supporto alla Guardia Costiera libica per quanto riguarda l'addestramento e il coordinamento delle operazioni di salvataggio da parte di quella autorità rappresenterebbe una partecipazione diretta dell'Italia ad azioni di respingimento in violazione di tutte le convenzioni internazionali a tutela dei diritti umani;
    non si ha invece notizia delle modifiche richieste al governo libico che a novembre hanno giustificato il rinnovo dell'accordo;
    alla luce di quanto fin qui esposto appare del tutto evidente l'urgenza di sospendere tutti gli accordi con la Libia in materia di controllo dei flussi migratori fino a quando non verranno ripristinate delle condizioni minime di dialogo e di sicurezza in Libia e per non renderci corresponsabili delle violenze che subiscono i migranti e i richiedenti asilo che vengono respinti grazie anche al contributo e al supporto logistico e al finanziamento, anche del governo italiano, in luoghi di detenzione, di tortura che sono e sembrano sempre di più campi di concentramento;
    il Governo ha invece nella recente deliberazione del Consiglio dei ministri deciso non solo di mantenere il proprio sostegno, ma di prorogare la Missione di supporto alla Guardia Costiera Libica incrementando il finanziamento da euro 6.923.570 a euro 10.050.160, per un totale di 58,28 milioni di euro diretti alle autorità libiche, che portano il costo sostenuto dai contribuenti italiani a sostegno dell'accordo Italia-Libia, siglato nel 2017, a 213 milioni di euro;
    il fragile cessate il fuoco appena raggiunto può invece essere l'occasione per definire un Piano di evacuazione, coordinato a livello europeo, di tutti i migranti e rifugiati detenuti arbitrariamente, proponendo inoltre un piano di riforme che metta fine alla loro detenzione obbligatoria e automatica,
    alla luce delle considerazioni che precedono, non si autorizza la proroga della missione bilaterale di assistenza alla Guardia costiera Libica della Marina militare libica e alla General Administration for Coastal Security – Corpo della Guardia di finanza (scheda n. 22/2020).
(6-00118) «Palazzotto, Orfini, Magi, Sarli, Boldrini, Muroni, Pini, Fratoianni, Lattanzio, Bruno Bossio, Rizzo Nervo, Trizzino, Siani, Gribaudo, Raciti, Pastorino, Fassina, Fioramonti, Fusacchia, Cecconi, Ungaro, Schirò».