• Testo INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

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Atto a cui si riferisce:
C.4/04236 (4-04236)



Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-04236presentato daLABRIOLA Vincenzatesto diMartedì 3 dicembre 2019, seduta n. 270

   LABRIOLA, BARTOLOZZI, CASSINELLI, PITTALIS e D'ATTIS. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

   la confisca delle aziende mafiose è un delicatissimo strumento per la lotta alla criminalità organizzata in Italia; in particolare, la gestione di queste aziende presenta evidenti aspetti di criticità: secondo fonti giornalistiche circa l'85 per cento delle imprese sottratte alla criminalità finisce, infatti, per fallire, creando disoccupazione e danneggiando gli imprenditori ed anche l'erario;

   uno studio «Transcrime» – centro di ricerca dell'università Cattolica di Milano – di qualche anno fa, ha stimato che il 65-70 per cento delle imprese requisite sia finito in liquidazione, il 15-20 per cento in fallimento, e solo un altro 15 per cento sia ancora attivo;

   molte vicende giudiziarie hanno ulteriormente evidenziato le falle del sistema di gestione dei beni confiscati. Uno dei casi più eclatanti è quello dei fratelli Cavallotti, titolari di un'azienda che impiegava circa 300 operai e con un fatturato di 20 miliardi di lire;

   nel 1998 i tre imprenditori Gaetano, Vincenzo e Salvatore Vito Cavallotti vengono tratti in arresto, con l'imputazione di concorso in associazione mafiosa e turbativa d'asta. Poco dopo la sezione di prevenzione antimafia del tribunale di Palermo sequestra l'azienda e l'affida a un amministratore giudiziario;

   dopo 12 anni di processo i Cavallotti vengono definitivamente assolti dai reati loro ascritti. Non sono mafiosi;

   il procedimento relativo alle misure di prevenzione antimafia ha esiti completamente differenti. Per 16 anni le loro aziende sono nelle mani dello Stato e, con il tempo, vengono ridotte in stato di decozione: nel 2015 la sezione misure di prevenzione decide di confiscare definitivamente l'azienda;

   stessa sorte spetta ai figli dei Cavallotti i quali, nel 2006, decidono di ricostituire una società che si occupa di manutenzione delle reti di distribuzione di gas metano – come quella di famiglia – giungendo ad avere un capitale sociale di 1,7 milioni di euro;

   nel 2011, la stessa sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo sequestra l'azienda; il magistrato è la dottoressa Saguto, destituita dal Consiglio superiore della magistratura dalle funzioni, e processata proprio per la gestione dei beni sequestrati;

   nella mano dell'amministratore giudiziario, in soli 24 mesi, l'azienda subisce una perdita di 6 milioni di euro, come asserito dal dottor Vincenzo Paturzo, curatore fallimentare del tribunale di Milano: infatti al 31 dicembre 2012 «è in situazione fallimentare»;

   secondo i bilanci depositati, nel 2017 risultano oltre 9 milioni di debiti; i dipendenti non ricevono il salario, i fornitori non vengono pagati;

   l'azienda è fallita prima del processo che accerti la colpevolezza di soggetti che, per lo Stato Italiano, si presumono innocenti sino ad una sentenza definitiva di condanna. Dopo 8 anni di processo, il tribunale dissequestra la società: la mafia non c'entra;

   i casi citati non sono gli unici, basti pensare alla vicenda che ha visto coinvolti i fratelli Niceta, titolari di uno dei più grandi negozi di Palermo della catena che per 100 anni ha rappresentato un punto di riferimento per la moda italiana;

   accusati di essere prestanome del boss Messina Denaro, la loro posizione viene archiviata poco dopo un anno dall'accusa. Da un fatturato di circa 25 milioni di euro annui e circa 100 dipendenti i Niceta, applicate le misure prevenzione, si trovano, dopo 5 anni di amministrazione giudiziaria, a gestire circa 5 milioni di debiti tra affitti, contributi, tasse, fornitori non pagati –:

   se il Governo sia a conoscenza dei fatti di cui in premessa; se sia a conoscenza del numero dei fallimenti o di crisi di aziende in bonis che entrano in dissesto allorché sottoposte all'applicazione delle misure di prevenzione, con conseguente amministrazione giudiziaria, e se abbia effettuato, per quanto di competenza, un monitoraggio di tali fenomeni presso i distretti delle 26 corti d'appello.
(4-04236)