• Testo RISOLUZIONE IN COMMISSIONE

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Atto a cui si riferisce:
C.7/00379 (7-00379) «Lupi, Quartapelle Procopio, Migliore, Delmastro Delle Vedove, Valentini».



Atto Camera

Risoluzione in commissione 7-00379presentato daLUPI Mauriziotesto diVenerdì 22 novembre 2019, seduta n. 264

   La III Commissione,

   premesso che:

    dal 1997 Hong Kong è una regione amministrativa speciale cinese, fa parte della Cina ma possiede un sistema amministrativo diverso, (una Cina due sistemi) che prevede una forte autonomia sul piano politico, economico e soprattutto giudiziario almeno fino al 2047;

    il 31 marzo 2019 migliaia di persone scendevano per le strade per protestare contro la proposta di legge sull'estradizione, e il 3 aprile l'esecutivo guidato da Carrie Lam introduceva alcuni emendamenti. Ciononostante, alla fine di aprile, decine di migliaia di manifestanti raggiungevano l'edificio del Consiglio legislativo di Hong Kong, per rifiutare qualunque modifica alla normativa sull'estradizione suscettibile di accrescere il ruolo della Cina nelle vicende giudiziarie della Regione amministrativa speciale. L'11 maggio 2019 si verifica dissenso in seno allo stesso Consiglio legislativo tra i deputati favorevoli e quelli contrari alle modifiche in materia di estradizione;

    dieci giorni dopo Carrie Lam ribadiva la sua determinazione a fare approvare le modifiche, ma il 30 maggio 2019 la portata delle modifiche veniva parzialmente attenuata – non convincendo peraltro gli oppositori, le cui posizioni trovavano una clamorosa manifestazione nell'iniziativa di più di tremila avvocati di Hong Kong, che il 6 giugno sfilavano per le strade vestiti di nero. Ben più corposa la dimostrazione del 9 giugno, cui partecipavano oltre mezzo milione di persone;

    la lettera di un giovane di Hong Kong rivolta a Papa Francesco denunciava le violenze della polizia sui manifestanti, si legge: «Il 9 giugno scorso, un milione di loro sono scesi in strada per chiedere il ritiro della legge. Eppure, questa voce così forte è stata trascurata dal governo di Hong Kong. Il 12 giugno 2019, la polizia ha perfino usato una forza eccessiva e non necessaria contro dimostranti indifesi colpendoli con proiettili di gomma e gas lacrimogeni»;

    nei giorni successivi la protesta assumeva contorni di massa, mentre venivano compiuti atti di violenza che hanno coinvolto la polizia che rispondeva sparando proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Procedendo anche alla chiusura temporanea degli uffici di Governo. Il 15 giugno il Capo dell'esecutivo Carrie Lam rinviava sine die la proposta di legge per le modifiche alla normativa sull'estradizione;

    il 16 giugno almeno 2.3 milioni di persone di tutte le età e di tutti gli strati sociali, hanno preso parte alla manifestazione contro la legge sull'estradizione in Cina. La gigantesca partecipazione è considerata «la più grande dimostrazione di tutti i tempi» e Hong Kong ha 7,4 milioni di abitanti;

    ulteriori proteste avvenivano il 1° luglio, 22° anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina, e si giungeva ad assaltare la sede del Consiglio legislativo. Il 9 luglio Carrie Lam sembrava dichiararsi sconfitta, appurando l'impossibilità di portare avanti le modifiche alla normativa sull'estradizione;

    il 18 luglio il Parlamento europeo votava una risoluzione che invitava il Governo di Hong Kong a ritirare il progetto di modifica del regime dell'estradizione e sosteneva l'importanza «che l'UE continui a sollevare la questione delle violazioni dei diritti umani in Cina in occasione di ogni dialogo politico e sui diritti umani con le autorità cinesi, in linea con l'impegno dell'UE di esprimersi con una voce unica, forte e chiara nel dialogo con il paese; rammenta altresì che, nel contesto del suo attuale processo di riforma e del suo crescente impegno globale, la Cina ha aderito al quadro internazionale sui diritti umani firmando una vasta serie di trattati internazionali in materia; invita pertanto l'UE a portare avanti il dialogo con la Cina per assicurare che onori tali impegni»;

    il 21 luglio 2019 migliaia di attivisti circondavano l'ufficio di rappresentanza della Cina a Hong Kong, con ripetuti episodi di violenza in cui era coinvolta la polizia: poche ore dopo la stazione rurale di Yuen Long era assaltata da uomini in maglietta bianca – presumibilmente a favore della Cina –, alcuni dei quali muniti di pali con cui assalivano passeggeri e passanti, compresi alcuni giornalisti;

    alla fine di luglio, 44 attivisti sono stati accusati di sedizione e pochi giorni dopo il regolatore dell'aviazione cinese richiedeva che la compagnia di bandiera di Hong Kong, Cathay Pacific, procedesse alla sospensione del personale che aveva preso parte alle proteste; la compagnia aerea prontamente si adeguava, sospendendo un solo pilota;

    il 14 agosto la polizia e i manifestanti si scontravano all'aeroporto internazionale di Hong Kong dopo che i voli erano stati interrotti per il secondo giorno;

    il 31 agosto alcuni manifestanti e passeggeri di Hong Kong sono stati picchiati dalla polizia. L'episodio è avvenuto all'interno della metropolitana vicino alla stazione di Prince Edward. Le telecamere di sicurezza hanno ripreso le scene brutali, che hanno fatto il giro del mondo, in cui agenti avrebbero colpito le persone con spray al peperoncino e manganelli. Alcuni testimoni hanno confermato la ricostruzione sconcertati e la polizia, infine, ha riferito di aver arrestato 40 persone;

    il 4 settembre Carrie Lam annunciava il ritiro, in via definitiva, delle proposte di modifica alla normativa di Hong Kong in materia di estradizione, dopo un incontro con i deputati favorevoli a Pechino e con alti rappresentanti cinesi. Il Capo dell'esecutivo accompagnava l'annuncio con ulteriori tre punti, a suo dire utili, a un dialogo con il movimento di contestazione, ovvero il pieno sostegno all’Indipendent Police Complaints Council (Ipcc), l'organismo che ha il compito di fare luce sui reclami contro l'operato della polizia dell'ex colonia; la disponibilità sua e del suo gabinetto ad avviare incontri con le comunità locali e infine un rapporto indipendente sulle cause delle principali questioni sociali che affliggono la città;

    da parte degli attivisti pro-democrazia, la mossa di Carrie Lam era giudicata tardiva e insufficiente, nonché elusiva di altre richieste del movimento di contestazione, quali le dimissioni della stessa Lam, il suffragio universale per eleggere il Capo dell'esecutivo e il Consiglio legislativo, un'indagine indipendente e democratica sulla condotta della polizia e la cancellazione delle accuse agli arrestati durante le proteste, saliti a più di 1.200 persone;

    il 7 settembre si registrava un'altra giornata di grande tensione, quando i manifestanti tentavano il blocco dell'aeroporto, scongiurato dal pronto schieramento della polizia: diverse centinaia di manifestanti, fallito l'assedio, si ritrovavano allora a Mong Kok, il distretto di Kowloon ad alta densità residenziale, dove circondavano la stazione locale di polizia e costruivano barricate sulla strada principale. Gli agenti usavano i lacrimogeni per disperdere la folla;

    il giorno successivo, 8 settembre, una grande marcia pacifica si dirigeva al consolato americano, invocando l'aiuto di Donald Trump alla causa della libertà di Hong Kong. In particolare i manifestanti chiedevano al Congresso USA di approvare l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act – all'esame del Senato la settimana successiva –, a seguito del quale potrebbero essere punite con sanzioni le azioni illegali dei funzionari dell'ex colonia contro manifestanti in difesa dei diritti umani;

    intanto l'attivista pro-democrazia Joshua Wong, già leader del «Movimento degli ombrelli» del 2014, era di nuovo arrestato all'aeroporto di Hong Kong, di rientro da un viaggio a Taiwan, per il «presunto» mancato rispetto delle regole sulla libertà su cauzione. Il 9 settembre, tuttavia, Joshua Wong era rilasciato, avendo il tribunale competente riconosciuto che gli addebiti contestati erano legati alla documentazione inaccurata: l'attivista poteva così prontamente riprendere la propria azione di sensibilizzazione internazionale sulla situazione di Hong Kong, partendo per la Germania;

    proprio l'accoglimento di Joshua Wong a Berlino provocava forti preoccupazioni per la Cina, con la convocazione da parte del Governo cinese dell'ambasciatore tedesco a Pechino. Joshua Wong incontrava il Ministro degli esteri tedesco Heiko Maas, e in sede di conferenza stampa lanciava un ardito paragone tra la situazione presente di Hong Kong e quella di Berlino durante la Guerra fredda;

    l'11 settembre il Ministero degli esteri cinese ha inoltrato ai politici statunitensi la richiesta di non intromettersi negli affari di Hong Kong, come se gli Stati Uniti fossero i colpevoli di quanto stia accadendo. Il riferimento è alla proposta, presentata da alcuni legislatori al Congresso USA, del progetto di legge Hong Kong Human Rights and Democracy Act del 10 settembre 2019, con la quale si chiede la sospensione delle forniture statunitensi alle forze dell'ordine di Hong Kong;

    la Repubblica popolare cinese ha avvertito più volte gli Stati Uniti di non interferire negli affari di Hong Kong, considerati una vicenda interna; gli ambienti filo-pechinesi della città accusano da tempo Washington di favorire e finanziare le forze «pro-democrazia» animatrici delle proteste, senza prove evidenti;

    il 15 settembre si svolgeva un sit-in dei manifestanti di Hong Kong davanti al consolato del Regno Unito: constatando l'impraticabilità ormai della soluzione «un paese, due sistemi», veniva chiesto l'aiuto britannico, in particolare, per modificare il passaporto British National Overseas (Bno) rilasciato ai residenti dell'ex colonia, che dà accesso ma non residenza in Gran Bretagna. La settimana precedente, circa 130 parlamentari della Camera dei comuni avevano firmato una lettera al Ministro degli Esteri Dominic Raab, sollecitando gli Stati del Commonwealth a concedere la doppia cittadinanza ai residenti di Hong Kong;

    con il proseguire degli scontri, il 2 ottobre 2019 l'Unione europea attribuisce grande importanza all'elevato grado di autonomia di Hong Kong, che deve essere preservato in linea con la Legge fondamentale e con gli impegni internazionali. Il continuo rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali e l'indipendenza della magistratura restano essenziali per lo sviluppo di Hong Kong;

    dall'inizio delle proteste il numero di suicidi denunciati è aumentato vertiginosamente. Nei due mesi successivi la media suicidi ad Hong Kong era di circa 10 ogni decessi ogni 10 giorni. Poi il numero è salito improvvisamente e, nei giorni successivi, si è arrivati a 49. Il bilancio, aggiornato a fine ottobre, parla di oltre 100 casi, molte vittime sono giovani manifestanti. Esperti di sanità pubblica affermano che i manifestanti sono esposti e impreparati ad affrontare l'esposizione alla violenza che coinvolge Hong Kong dall'inizio delle manifestazioni;

    il 5 novembre 2019 il Governo dichiara che l'Italia non vuole intromettersi nelle vicende interne di altri Paesi e pronunciarsi sulla posizione di Hong Kong, con le parole del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Luigi Di Maio: «Noi in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui e quindi, per quanto ci riguarda, abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri Paesi», incontrando i media italiani nello stand dell'Ice al Ciie di Shanghai;

    Joshua Wong, uno dei volti noti della protesta, doveva venire in Italia a fine mese per incontrare parlamentari di vari partiti, cosa che ha già fatto in Germania – incontrando privatamente il Ministro degli esteri con alcuni politici – e negli Stati Uniti – incontrando membri del Congresso, e un tribunale ha respinto l'8 novembre 2019 la richiesta del signor Wong di lasciare Hong Kong per l'Europa; questo lo fa sapere l'ufficio del portavoce del Ministero degli esteri cinese, in risposta a una richiesta di chiarimento sul possibile viaggio in Italia. Il 19 novembre la decisione viene confermata dalla Corte suprema;

    il 15 novembre parlando a Brasilia, il Presidente cinese sostiene con forza le azioni violente della polizia di Hong Kong e spinge i giudici a punire «coloro che hanno commesso violenti crimini». Da molti commentata come una specie di «licenza di uccidere». Le violenze della polizia sono condannate da molte organizzazioni della società civile e le parole del Presidente cinese sono «il preludio per un massacro», dalle parole di un giovane studente cinese;

    successivamente, la Commissione di verifica di sicurezza per i rapporti economici Usa-Cina, ha chiesto che Washington sospenda lo speciale status economico di Hong Kong nel caso in cui Pechino dispieghi il suo esercito nella città. Pur essendo parte della Cina, Hong Kong non è sottoposta alle sanzioni Usa della guerra dei dazi e a causa dello stato di diritto internazionale vigente nel territorio, molti finanziamenti statunitensi giungono alla Cina via Hong Kong;

    l'imposizione sempre più pesante di Pechino nel controllo della sovranità di Hong Kong – dice la Commissione – mina «l'alto grado di autonomia che garantisce la fiducia» a commerciare con Hong Kong;

    l'11 novembre un poliziotto spara a un manifestante disarmato. Questo atto segna un cambio di passo nell'uso della forza da parte delle autorità di Hong Kong;

    una delle raccomandazioni della Commissione è che il Congresso americano «vari una legge» che sospenda lo status speciale di Hong Kong nel caso che «il governo cinese dispieghi l'esercito per la liberazione del popolo o la speciale polizia armata in un intervento armato ad Hong Kong». La Commissione suggerisce pure che «i membri del Congresso... continuino a esprimere sostegno alla libertà di espressione e allo stato di diritto in Hong Kong». Il Congresso americano ha varato la legge il 19 novembre. Serve la firma del presidente Trump per renderla esecutiva;

    recentemente circa 50 soldati dell'Esercito popolare di liberazione cinese (Pla) hanno ripulito alcune strade di Hong Kong in maniera volontaria; i soldati hanno dichiarato, facendo riferimento alle parole del Presidente cinese, che «fermare la violenza e far finire il caos è una nostra responsabilità», questo ha suscitato timore fra i cittadini di Hong Kong che si domandano come un esercito così disciplinato come il Pia, faccia delle cose «per volontariato», senza ordini dall'alto. Secondo l'accordo bilaterale Cina-Gran Bretagna, la Cina non può dispiegare l'esercito sul territorio di Hong Kong senza previa autorizzazione delle autorità di Hong Kong. Non è chiaro se in questo caso ci sia stata l'autorizzazione;

    il 18 novembre si è macchiato di scontri durissimi a Hong Kong tra manifestanti arroccati nel Politecnico e la polizia, registrando un totale di 38 feriti, di cui 5 in condizioni gravi, secondo il bilancio stilato dalla Hospital Authority. La polizia di Hong Kong ha lanciato l'appello alla resa agli studenti arroccati nel Politecnico, invitati a deporre le armi e a uscire in modo ordinato. Tutti, ha assicurato un portavoce in una conferenza stampa in streaming, saranno arrestati perché «sospettati di rivolta» in vista degli accertamenti del caso;

    dall'inizio delle proteste di giugno, la polizia ha arrestato 4.401 persone, di cui 3.395 uomini e 1.096 donne, in età compresa tra gli 11 e gli 83 anni;

    l'Alta Corte di Hong Kong ha dichiarato incostituzionale il divieto di usare le maschere durante le proteste, introdotto dalla governatrice Carrie Lam, a cui Hong Kong aveva fatto ricorso l'ultima volta nel 1967; il divieto è stato da subito molto contestato dato che i manifestanti che si coprono il volto non lo fanno solamente per non essere riconosciuti dal Governo centrale cinese, ma anche per proteggersi dai gas lacrimogeni, dai proiettili di plastica e dai getti dei cannoni ad acqua sparati dalla polizia;

    in un comunicato, l'ufficio di collegamento del Governo cinese a Hong Kong ribadisce il sostegno al governo locale per «adottare ogni necessaria misura per fermare i disordini e ripristinare l'ordine il prima possibile, arrestare i criminali e punire severamente i loro atti violenti»;

    dal punto di vista finanziario, la questione riguarda gli effetti a lungo termine delle proteste sull'economia cittadina. Le riserve di Hong Kong hanno perso quasi 500 miliardi di dollari di valuta solo da giugno 2019. Il 71,5 per cento degli investimenti esteri diretti assorbiti dalla Cina nel 2018 è arrivato proprio attraverso Hong Kong; le aziende della Cina continentale hanno guadagnato il 67,5 per cento della loro mercatizzazione con la Borsa di Hong Kong;

    Hong Kong non vuole diventare cinese perché gode di diritti che i cinesi della terraferma non hanno; i suoi abitanti restano molto più ricchi dei cinesi del continente: quasi 40 mila dollari di reddito annuo pro capite contro 7 mila;

    la maggior parte dei manifestanti sono giovani sotto i 29 anni, che temono per il loro futuro di libertà, ma anche di lavoro e di abitazione, data la facilità con cui essi vengono sostituiti da personale cinese (che si accontenta di salari più bassi) e la difficoltà a trovare una casa a prezzi abbordabili (la maggior parte dell'edilizia – gestita dal Governo – è per case di lusso, che sono acquistate dai cinesi ricchi del mainlandl),

impegna il Governo:

1) ad assumere iniziative per aderire all'impegno preso dal Parlamento europeo con risoluzione del 18 luglio 2019;

2) a sostenere, nelle sedi internazionali opportune, l'avvio di una immediata indagine conoscitiva per verificare la violazione dei diritti umani commessi durante il periodo delle manifestazioni;

3) ad assumere iniziative presso l'ambasciata cinese per verificare le ragioni del diniego al visto per la visita programmata in Italia di Joshua Wong e favorirne il rilascio;

4) ad assumere iniziative volte a sostenere, insieme alla comunità europea, la richiesta di rilascio dei manifestanti arrestati durante le proteste.
(7-00379) «Lupi, Quartapelle Procopio, Migliore, Delmastro Delle Vedove, Valentini».