• Testo INTERPELLANZA

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Atto a cui si riferisce:
C.2/00562 (2-00562) «Ehm».



Atto Camera

Interpellanza 2-00562presentato daEHM Yana Chiaratesto diGiovedì 14 novembre 2019, seduta n. 259

   Il sottoscritto chiede di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'interno, il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, per sapere – premesso che:

   nelle scorse settimane il «caso Alvin», il figlio della donna albanese convertita all'Isis, che ha rapito il bambino di soli 6 anni dall'Italia, luogo in cui è nato e in cui risiedeva con la famiglia, per portarlo in Siria, ha scatenato l'attenzione di tutta l'opinione pubblica sui cosiddetti «figli di Isis»;

   l'identificazione dei cosiddetti «figli di Isis» è resa difficile da un complesso monitoraggio e dalla mancanza di documenti di identità validi nei Paesi d'origine dei genitori;

   si è trattato di un'operazione complessa e piena di rischi portata a termine dall'Italia, primo Paese che è riuscito a realizzare un corridoio umanitario dall'inizio della guerra in Siria, attraverso il confine fino al Libano;

   l'Unicef pochi giorni fa ha pubblicato un comunicato, in cui ribadisce che ci sono 28.000 minori di 60 nazionalità, 20.000 sono iracheni e l'80 per cento ha meno di 12 anni. Il 50 per cento è costituito da minori di 5 anni. Almeno 250 di loro sono detenuti, perché addestrati alla guerra dall'Isis;

   considerata l'attuale instabilità del nord est della Siria, si tratta di 12 mila combattenti a cui si aggiungono i 70 mila loro familiari prigionieri dei curdi nel nord della Siria, molti nel campo di Al Hol (in cui era prigioniero Alvin), tra i quali vi sono molti adolescenti indottrinati alla causa del Califfato e della Jihad e potenzialmente addestrati a compiere attacchi e attentati suicidi;

   potrebbero quindi esserci molti altri «casi Alvin» di minori detenuti nei campi siriani che sono nati in Italia, o qui risiedevano. Altri nati nei campi da genitori affiliati alla Jihad ma che sono fuggiti dall'Italia;

   le Nazioni Unite hanno esortato, sotto spinta delle autorità del nord est della Siria, gli Stati europei a rimpatriare i propri cittadini detenuti nel nord est della Siria. Ma la maggior parte dei Governi – inclusi quelli di Francia, Germania, Belgio e Gran Bretagna – si sono rifiutati di assumersi la responsabilità di donne e bambini, lasciandoli bloccati in un territorio instabile;

   vi sono «spose» e «figli» di Daesh che potrebbero aver sviluppato vulnerabilità e vissuti tali da condizionarne i comportamenti e innescarne l'attivazione violenta anche a distanza di tempo;

   alcuni Stati hanno, ad ogni modo, già rimpatriato ex combattenti. La Macedonia del Nord, ad esempio, è stata tra i primi Paesi europei a muoversi in questo senso, rimpatriando e processando sette combattenti nell'agosto 2018;

   la Norvegia ha accolto cinque bambini orfani di miliziani dello Stato islamico. Tre dei cinque bambini sono nati su suolo norvegese, mentre altri due sarebbero nati in Siria da genitori partiti dal Paese scandinavo per arruolarsi nelle fila del Califfato nel 2015. La richiesta di affido dei cinque bambini è arrivata direttamente dal Ministero degli esteri norvegese che si sta impegnando anche per trovare una soluzione ad altri quaranta bambini con un legame diretto con Oslo;

   Uzbekistan, Kazakistan, Russia e Svezia si sono adoperati per ricevere in consegna gli orfani del «Califfato». Proprio la Svezia ad inizio maggio 2019 aveva rimpatriato sette bambini nati in Svezia o in Siria, ma da foreign fighters svedesi;

   un raro esempio virtuoso in Europa è stato il Kosovo: il 20 aprile 2019, infatti, con un'operazione senza precedenti, il Governo kosovaro, supportato da Stati Uniti e dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), ha rimpatriato 110 persone dalla Siria, quasi tutte mogli o figli dei jihadisti kosovari unitisi all'Isis come foreign fighters. Il Kosovo ha avviato un progetto pilota di riabilitazione che coinvolge psichiatre, psicoterapeute familiari, psicologhe, imam. Questo programma prevede una cura del trauma e un reinserimento dei bambini nella società e nel sistema scolastico, evitando una radicalizzazione o un isolamento già avviati in Siria o Iraq;

   questo metodo, ad opinione dell'interpellante, è l'unico giudicato davvero efficace per evitare che il radicalismo iniziato in Siria e Iraq possa proseguire una volta rientrati nei Paesi d'origine –:

   quanti siano i foreign fighters italiani e quelli non italiani residenti in Italia prima della loro partenza e quanti siano i loro familiari;

   quali iniziative intenda intraprendere il Governo per tutelare i bambini che si trovano nelle stesse condizioni di Alvin;

   se il Governo non intenda adottare iniziative simili a quelle intraprese dal Kosovo.
(2-00562) «Ehm».