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Atto a cui si riferisce:
C.1/00263    premesso che:     gli ultimi dati Istat – pubblicati ad agosto 2019 – rilevano come quasi 7 milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni abbiano subito almeno una volta...



Atto Camera

Mozione 1-00263presentato daVERSACE Giuseppinatesto diLunedì 14 ottobre 2019, seduta n. 238

   La Camera,

   premesso che:

    gli ultimi dati Istat – pubblicati ad agosto 2019 – rilevano come quasi 7 milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni abbiano subito almeno una volta nella vita una forma di violenza (20,2 per cento violenza fisica, 21 per cento violenza sessuale). Su un totale di 3 milioni di donne, la violenza è stata perpetrata nel 5,2 per cento dei casi dall'attuale partner e nel 18,9 per cento da un ex partner. Oltre a partner ed ex partner, si rilevano violenze da parte dei colleghi di lavoro nel 2,5 per cento dei casi, da parenti nel 2,6 per cento, da amici nel 3 per cento e da conoscenti nel 6,3 per cento dei casi;

    violenze, abusi, molestie sono fenomeni assai diffusi fra le donne con disabilità, e comunque più frequenti rispetto a violenze e abusi subiti da donne che non hanno disabilità;

    se consideriamo i dati riferiti al 2014, sempre l'Istat riporta come i tentativi di stupro sono al 10 per cento sulle donne con disabilità contro il 4 di quelle senza limitazioni; la violenza psicologica al 31 per cento contro il 25 delle normodotate; lo stalking al 21 per cento per le disabili contro il 14 del resto della popolazione femminile;

    l'indagine Istat del 2015 ha rilevato che ha subìto violenze fisiche o sessuali il 36 per cento di chi è in cattive condizioni di salute e il 36,6 per cento di chi ha limitazioni gravi, a fronte dell'11,3 per cento della popolazione femminile generale. Il rischio di subire stupri o tentati stupri è doppio (10 per cento contro il 4,7 per cento delle donne senza problemi). Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti, amici o conoscenti;

    il 14 novembre 2018, la Camera ha approvato con ampia maggioranza le mozioni parlamentari Carfagna ed altri n. 1-00075, Annibali, Boldrini, Gebhard ed altri n. 1-00070, D'Arrando ed altri n. 1-00074, che impegnavano il Governo al contrasto alla violenza nei confronti delle donne;

    è facile immaginare che per una donna disabile possa essere ancora più difficile denunciare i fatti subìti, anche per la possibile dipendenza dal proprio aggressore;

    le strutture di sostegno inoltre non posseggono le competenze per gestire questi specifici casi;

    l'associazione Differenza Donna ha istituito il primo Osservatorio Nazionale sulla violenza contro le donne con disabilità;

    i dati, già evidenziati dall'Istat, sono stati oggetto di una ulteriore indagine di approfondimento lanciata dalla Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish) e da Differenza Donna, con l'indagine presentata nel dicembre 2018, denominata «VERA» (acronimo di Violence Emergence, Recognition and Awareness), sulla base di questionari compilati da altrettante donne con differenti disabilità, provenienze geografiche, occupazione, età e titoli di studio, ha mostrato come hanno subito una qualche forma di violenza oltre il 32 per cento del totale. Ma è solo un dato apparente. Infatti se si considerano le domande inerenti le singole forme di violenza, quali l'isolamento, la segregazione, la violenza fisica e psicologica, le molestie sessuali, lo stupro, la privazione del denaro, si nota che a rispondere affermativamente, quindi a dichiarare di averle subito, sono state il 66 per cento del totale. Quindi il doppio rispetto a quanto rilevato usando la definizione generica di «una qualche forma di violenza», ad indicare che molto spesso le stesse donne fanno fatica a riconoscere e definire come «violenza» un atto che le danneggia ma che non sia di natura prettamente fisica o sessuale;

    ancora oggi le donne con disabilità rimangono troppo spesso ai margini. Non solo la loro condizione è peggiore rispetto a quella delle donne non disabili, ma lo è anche rispetto a quella degli uomini con disabilità;

    secondo i dati del progetto Creating leaders for the future portato avanti da 5 organizzazioni europee, la situazione italiana in merito all'inclusione lavorativa dei disabili è allarmante. Cinque milioni e mezzo di italiani hanno una disabilità, circa il 9 per cento dei residenti. Di questi disabili, l'80,3 per cento è disoccupato, mentre il tasso di disoccupazione globale è pari all'11,5 per cento. In pratica nel nostro Paese le persone con disabilità di età compresa tra i 15 e i 64 anni occupate professionalmente sono solo il 19,7 per cento, meno di una persona su cinque;

    appare necessario dare finalmente attuazione alla Convenzione Onu del 2006 sui diritti delle persone disabili per quanto attiene l'inclusione lavorativa delle persone con disabilità, al fine di garantire i diritti di uguaglianza e di inclusione sociale di tutti i cittadini con disabilità;

    la differenza di sesso nella disabilità condiziona anche la prospettiva di accesso alla formazione e di conseguenza anche al lavoro. Le bambine e le ragazze con difficoltà, dopo l'obbligo scolastico, spesso non vengono avviate a cicli di istruzione che potrebbero anche garantire delle posizioni lavorative più elevate;

    le donne con disabilità sono spesso escluse da un'istruzione e una formazione inclusive, e presentano un basso tasso di occupazione: 18,8 per cento, rispetto al 28,1 per cento degli uomini con disabilità che hanno un lavoro;

    l'Italia ha ratificato ormai da dieci anni la citata Convenzione Onu. Con la ratifica della Convenzione, l'Italia si è impegnata a promuovere il «riconoscimento delle capacità, dei meriti e delle attitudini delle persone con disabilità, ed il loro contributo nei luoghi di lavoro e nel mercato lavorativo» ed a riconoscere «il diritto delle persone con disabilità al lavoro, su base di parità con gli altri»;

    sempre secondo la Convenzione «gli Stati Parti devono garantire e favorire l'esercizio del diritto al lavoro»;

    è inoltre necessario, affinché l'inclusione sociale sia reale, sviluppare progetti che favoriscano la partecipazione dei disabili ad attività di carattere sportivo;

    sempre la Convenzione dell'Onu del 2006, all'articolo 30, rubricato «Partecipazione alla vita culturale, alla ricreazione, al tempo libero e allo sport», al paragrafo 5, dispone la necessità che gli Stati Parti prendano misure appropriate per permettere alle persone con disabilità di partecipare su base di eguaglianza con gli altri alle attività ricreative, del tempo libero e sportive;

    per chi convive con una disabilità, la pratica sportiva equivale a una rinascita, aumenta l'autostima, conferisce un'opportunità di nuova vita, assicura una migliore e più spedita integrazione sociale, abbatte le barriere mentali;

    a norma dell'articolo 6 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, gli Stati Parti della Convenzione riconoscono che «le donne e le minori con disabilità sono soggette a discriminazioni multiple e, a questo riguardo, adottano misure per garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle donne e delle minori con disabilità. Gli Stati Parti adottano ogni misura idonea ad assicurare il pieno sviluppo, progresso ed emancipazione delle donne, allo scopo di garantire loro l'esercizio ed il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali enunciati nella presente Convenzione»;

    in particolare il tema delle donne con disabilità, nella Convenzione Onu, è trattato negli articoli 3, 8, 16 e 28, nei quali si fa riferimento alla salute, ai diritti legati alla sfera riproduttiva e alla prevenzione, e si prevedono forme adeguate di assistenza alle persone con disabilità e si ribadisce l'attenzione proprio sul genere;

    l'Italia è stata richiamata dal Comitato sui diritti delle persone con disabilità (l'organo incaricato di verificare l'applicazione della convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità) per l'assenza di politiche rivolte alle donne con disabilità, ed in specifico per inadempienze rispetto al fenomeno della violenza nei loro confronti;

    anche nel Rapporto delle associazioni di donne sull'attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia ciò che emerge è il vuoto di normative e politiche governative relativamente alla condizione delle donne con disabilità;

    l'11 luglio 2018 il Comitato economico e sociale europeo (Cese), l'organo consultivo dell'Unione europea che comprende rappresentanti delle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e di altri gruppi d'interesse, ha invitato le istituzioni europee e gli Stati membri a fare molto di più per proteggere le donne con disabilità, le quali devono costantemente far fronte ad una discriminazione dalle molteplici forme, dovuta sia al loro genere che alla loro disabilità, e che spesso ha come conseguenza l'esclusione sociale;

    sempre il Cese ha ricordato che nell'Unione europea ci sono 40 milioni di donne con disabilità (il 16 per cento dell'intera popolazione femminile). È uno dei gruppi sociali più vulnerabili, emarginati ed esclusi dal mercato del lavoro, e anche uno dei più esposti alla violenza domestica;

    viene inoltre sottolineato come la Unione europea e i suoi Stati membri non dispongano di un quadro giuridico solido atto a tutelare e garantire i diritti umani di tutte le donne con disabilità. Non solo: da un lato, le loro politiche di genere non tengono conto della questione della disabilità, e specularmente, dall'altro, essi non hanno integrato una prospettiva di genere nelle loro strategie in materia di disabilità, il che contravviene alla legislazione in vigore in questo campo;

    pur rappresentando il 16 per cento della popolazione femminile totale in Europa, vale a dire 40 milioni di donne, la categoria delle donne con disabilità, in Italia come in Europa, è una delle più vulnerabili ed emarginate;

    nell'ambito delle misure volte a contrastare la discriminazione che colpisce le persone con disabilità, o quella nei confronti delle donne, viene trascurata la discriminazione multipla che colpisce le donne con disabilità, ossia un tipo di discriminazione più grave e penalizzante di quella «semplice»,

impegna il Governo:

1) ad avviare tutte le iniziative utili volte a promuovere realmente e concretamente la non discriminazione nei confronti delle donne con disabilità, anche attraverso l'utilizzo delle risorse e dei fondi dell'Unione europea;

2) a considerare la variabile del genere nell'approccio e nelle tematiche legate alla disabilità;

3) ad avviare una efficace campagna di sensibilizzazione sui diritti delle persone con disabilità, sulla lotta alle discriminazioni e per dare maggiore visibilità alla condizione delle donne con disabilità, contribuendo a combattere la discriminazione multipla e i pregiudizi a cui sono soggette, nonché a favorire la conoscenza delle normative vigenti in materia;

4) ad adottare le iniziative necessarie per migliorare la fruibilità dei servizi di assistenza sanitaria per le donne con disabilità, laddove gli stessi problemi di accessibilità fisica per le medesime donne, finiscono per escluderle troppo spesso da misure di medicina preventiva;

5) ad assumere iniziative per promuovere e favorire l'inclusione sociale delle donne con disabilità attraverso un effettivo inserimento nel mercato del lavoro, anche con riguardo ai congedi maternità e alla flessibilità degli orari, rafforzando la normativa vigente in materia o, se necessario, tramite l'elaborazione di nuove iniziative normative;

6) a sviluppare progetti che favoriscano la partecipazione delle donne con disabilità ad attività di carattere sportivo;

7) ad assumere iniziative per prevedere specifici contributi, anche con l'istituzione di un fondo dedicato, al fine di facilitare l'inserimento lavorativo delle atlete paralimpiche che si siano distinte per meriti sportivi di livello nazionale ed internazionale;

8) ad istituire all'interno dell'Osservatorio nazionale sul fenomeno della violenza sessuale e di genere, un'apposita sezione dedicata all'approfondimento del fenomeno della violenza sulle donne con disabilità;

9) ad assumere iniziative concrete volte a:

   a) agevolare la denuncia dei maltrattamenti subiti dalle donne con disabilità;

   b) sostenere economicamente e psicologicamente le donne con disabilità vittime di violenza, istituendo percorsi gratuiti di assistenza e supporto e pubblicizzandone l'esistenza;

   c) istituire corsi di formazione specifica sul trattamento di casi di violenza subiti da donne con disabilità.
(1-00263) «Versace, Gelmini, Carfagna, Prestigiacomo, Bagnasco, Marrocco, Dall'Osso, Spena, Novelli, Bond, Mugnai, Brambilla, Occhiuto, Porchietto, Ripani, Zanella, Mazzetti, D'Attis, Bergamini, Tartaglione, Aprea, Pettarin, Giacometto, Cannizzaro, Siracusano, Maria Tripodi, Cristina, Saccani Jotti, Biancofiore, Cannatelli, Sozzani, Polidori, Elvira Savino, Nevi, Fiorini, Ruffino, Cassinelli, Perego Di Cremnago, Orsini, Marin, Zangrillo, Pella, Casciello, Paolo Russo, Squeri, Mulè, Cattaneo, Ravetto, Casino, Baratto, Rosso, Pittalis, Vietina, Brunetta, Ruggieri, Battilocchio, Calabria, Carrara».