• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00001    in sede di esame del Documento di economia e finanza 2018 (Doc LVII n. 1), degli allegati e del relativo annesso,    premesso che:     nonostante il Governo tenti...



Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00001presentato daFORNARO Federicotesto diMartedì 19 giugno 2018, seduta n. 17

   La Camera,
   in sede di esame del Documento di economia e finanza 2018 (Doc LVII n. 1), degli allegati e del relativo annesso,
   premesso che:
    nonostante il Governo tenti di mettere in risalto le performance positive del nostro Paese, ad una più attenta analisi gli indicatori economici che delineano la situazione italiana non appaiono rassicuranti come testimoniato, del resto, dagli ultimissimi dati dell'Istat che evidenziano un deciso rallentamento della ripresa italiana e dell'eurozona;
    nel quadro macroeconomico tendenziale, infatti, la crescita del Pil reale per gli anni 2017-2018 risulta essersi attestata all'1,5 per cento e la previsione per il 2019 passa dall'1,5 all'1,4 per cento. La Commissione europea, tra l'altro, nella giornata del 3 maggio 2018 ha rivisto la crescita italiana per il 2019 ad un livello ancora inferiore, l'1,2 per cento: segnali davvero poco incoraggianti, soprattutto alla luce dei dati previsti dal DEF per il 2020 e il 2021, con una prospettiva di crescita, rispettivamente, dell'1,3 e 1,2 per cento;
    inoltre, il nostro Paese continua ad avere performance delle principali variabili economiche intorno alla metà della media dell'eurozona, in ragione di politiche di bilancio nettamente più restrittive negli ultimi 25 anni. Come sintetizzato in una lettera del Mef alla Commissione europea, l'avanzo primario medio annuo dell'Italia è stato 1,3 per cento;
    il deficit e il debito pubblico tendenziale del 2017 sono rivisti al rialzo, dopo la decisione di Eurostat di includervi anche la spesa per il «salvataggio» delle banche, costato alle casse dello Stato 6,3 miliardi di euro. Rispetto alla NADEF 2017, il deficit per tale anno passa dal 2,1 per cento previsto al 2,3 per cento, mentre il rapporto debito/PIL è pari al 131,8 per cento rispetto al 131,6 per cento previsto;
    anche gli obiettivi di indebitamento tendenziali per i prossimi anni risultano irrealistici ed allarmanti, poiché sono fondamentalmente basati su ulteriori e pesanti riduzioni di spesa pubblica (dalla Sanità, agli investimenti), oltre che sull'innesco nel 2019 delle clausole di salvaguardia per maggiori entrate di 12,4 miliardi di euro nel 2019 e 19,1 miliardi di euro nel 2020: il deficit per il 2018 è infatti previsto all'1,6 per cento, allo 0,8 per cento per il 2019, per poi raggiungere il pareggio nel 2020 e un avanzo dello 0,2 per cento nel 2021: sostanzialmente in linea con il Fiscal Compact;
    sul fronte del lavoro, l'aumento del numero degli occupati e la conseguente crescita del tasso di occupazione a marzo 2018, rilevati dall'ISTAT in un rapporto di qualche giorno fa, non vanno letti con eccessivo ottimismo; dopo i dati del 2017, che hanno visto una netta prevalenza dei contratti a carattere determinato rispetto a quelli a tempo permanente (+ 373 mila contratti contro +73 mila), il 2018 conferma la costante precarizzazione del lavoro: nei primi mesi sono infatti cresciuti i dipendenti a termine, mentre risultano essere diminuiti i contratti a tempo indeterminato e il numero dei lavoratori indipendenti. Tra l'altro, l'aumento dei contratti a tempo indeterminato è quasi esclusivamente concentrato nella fascia di età oltre i 50 anni, mentre nel 2018 la fascia di lavoratori 35-49 anni risulta in calo e la crescita dell'occupazione interessa solamente la componente maschile. La situazione di espansione occupazionale non ha interessato in particolare le donne con figli in età prescolare che non riescono a conciliare i tempi di lavoro e di cura, con un tasso che scende per il secondo anno consecutivo, a dimostrazione della vulnerabilità delle madri sul mercato del lavoro;
    un quadro che dimostra, ancora una volta, come gli incentivi introdotti nella scorsa legislatura per i cosiddetti «contratti a tutele crescenti», che hanno assorbito circa 20 miliardi di euro, abbiano avuto un impatto assai effimero sulla crescita dell'occupazione stabile, non, essendo stati confermati al termine del triennio previsto. In merito, il CNEL ha sottolineato nel corso delle audizioni come la metà dei contratti derivanti dalle agevolazioni del Jobs Act siano scomparsi, con il probabile esito di un aumento del lavoro sommerso. L'occupazione giovanile, la più colpita dalla crisi, non sembra tra l'altro aver giovato delle politiche sul lavoro degli ultimi anni, caratterizzandosi sempre di più per una elevata incidenza dei lavoratori a termine (circa un terzo, in aumento di nove punti rispetto al 2008): tra l'altro, la metà dei giovani a tempo determinato ha un lavoro di durata inferiore a 6 mesi (48,4 per cento, dati ISTAT);
    a tutto ciò si aggiunge da un lato la consistente riduzione del numero annuo di ore lavorate rispetto ai livelli pre-crisi (considerando solo i dipendenti a tempo indeterminato, nel 2017 i lavoratori a tempo pieno sono diminuiti di circa 650 mila unità rispetto al 2008, mentre quelli a tempo parziale sono cresciuti di 720 mila. Il totale dei lavoratori part-time, includendo anche i contratti a tempo determinato, è di 2,6 milioni, di cui più del 60 per cento in part-time involontario), e, dall'altro, l'anemica dinamica salariale, pari allo 0,2 per cento, in rallentamento rispetto al 2016;
    altro fattore molto preoccupante riguarda il livello di investimenti pubblici, che rimane ben al di sotto del tasso pre-crisi, come dimostrano le stime preliminari dell'ISTAT. Dopo la diminuzione significativa del 2016 (pari al 5,1 per cento), nel 2017 è previsto infatti un nuovo calo del 6,2 per cento: un risultata inferiore alle attese del NADEF. La spesa per investimenti nel 2020 è prevista tra l'altro a livelli ancora inferiori rispetto al 2013. Si segnala in tal senso come gli investimenti pubblici con il loro elevato moltiplicatore rappresentino uno strumento essenziale per l'emersione dalla crisi;
    i valori medi degli indicatori economici e sociali sono sempre meno significativi data l'inedita varianza territoriale e per condizione sociale: la disuguaglianza nei redditi, misurata con l'indice di Gini, è passata dal 28 per cento circa della metà degli anni ’80 al 32,5 per cento circa degli anni più recenti (dati OCSE). Se a ciò si aggiunge quanto rilevato dagli indicatori BES il quadro risulta ancora più preoccupante, a causa dell'aggravamento di alcune criticità sul fronte della disuguaglianza e della povertà assoluta, che coinvolge nel 2017 circa 1,8 milioni di famiglie, pari al 6,9 per cento (+0,6 per cento rispetto al 2016): si tratta di 5 milioni di persone, l'8,3 per cento della popolazione; nel periodo pre-crisi il livello si attestava al 3,9 per cento. Tra l'altro, la povertà assoluta non è distribuita in modo omogeneo sul territorio: il 43 per cento si registra nel Mezzogiorno;
    lo scenario globale, europeo e dell'eurozona si prospetta decisamente più difficile rispetto agli ultimi anni alle nostre spalle. In tale contesto, lo stallo politico innalza il rischio di un'offensiva speculativa dei mercati finanziari internazionali, agevolata in autunno dalla fine della protezione dell'ombrello del quantitative easing, che ancora sostiene i corsi dei nostri titoli di Stato e tiene sotto controllo l'innalzamento dello spread;
    in particolare, il nostro Paese necessita di una pluralità di interventi strutturali per la difesa del territorio e dell'ambiente, che richiedono un impegno dello Stato con un piano di investimenti pubblici che consenta: la promozione di un'economia a basse emissioni in linea con gli obiettivi della COP21; un programma di mobilità sostenibile e per la rigenerazione urbana che parta dalle periferie; la strategia «rifiuti zero»; una riduzione dei consumi, in particolare di quelli energetici; un radicale efficientamento di casa, mobilità e trasporti e la contestuale conversione dei consumi residui verso uno scenario al 100 per cento rinnovabile entro il 2050;
    si conferma la costante riduzione del rapporto spesa sanitaria/PIL che si attesta, per il 2018, ad un livello pari al 6.6 per cento, continuando a decrescere nel triennio 2019-2021 per arrivare, alla fine di quest'arco temporale nel 2021, al 6,3 per cento e la mancanza di investimenti in tecnologie avanzate. Questi dati consolidano il definanziamento della sanità pubblica, già significativamente sotto la media dei rispettivi valori della Unione europea a 15, non consentendo di risolvere le criticità concernenti la capacità di garantire livelli di assistenza e servizi. Tale previsione include, inoltre, anche la normativa legata al rinnovo dei contratti per il personale dipendente e convenzionato con il SSN;
    da sottolineare altresì la progressiva decrescita di personale paramedico, necessario al mantenimento di standard accettabili per le prestazioni del Servizio sanitario nazionale;
    altro preoccupante fenomeno è dato dalla drastica diminuzione nei prossimi anni di medici di base, non adeguatamente rimpiazzabili stante lo sbarramento determinato dal numero chiuso nelle facoltà di medicina;
    il superamento della crisi economica e finanziaria, ancorché non definitivo, ha inciso sui bilanci degli enti locali e territoriali in modo drammatico, mettendo a rischio la possibilità di garantire i servizi pubblici essenziali, anche a causa del progressivo svuotamento degli investimenti dello Stato a sostegno delle amministrazioni locali;
    a differenza di quanto si continua a raccontare, il principale driver della crescita del nostro Paese a partire dal 2014 è stata la politica monetaria espansiva della Bce, crescita, peraltro, che riguarda tutta l'Eurozona, ma che nel caso italiano è stata pari alla metà della media degli altri Paesi membri;
    l'agenda liberista delle cosiddette «riforme strutturali», dal Jobs Act ai pesanti tagli inferti a settori come quelli sanitario e scolastico, va sostituita con un programma pluriennale keynesiano che faccia ripartire gli investimenti pubblici relegati dagli ultimi due governi al livello più basso che la storia dell'Italia Repubblicana ricordi, in particolare nel Mezzogiorno;
    gli obiettivi programmatici sull'indebitamento netto, previsti nello scenario tendenziale, vanno significativamente innalzati in quanto la loro conferma condannerebbe l'economia italiana alla sostanziale stagnazione, a livelli di disoccupazione inaccettabili ed a forme di occupazione sempre più precaria e sottopagata, tanto più in un quadro di attenuazione della politica monetaria espansiva;
    la compensazione delle clausole di salvaguardia non può avvenire con nuovi tagli di spesa che determinerebbero effetti recessivi ancora maggiori di quelli che deriverebbero dagli aumenti dell'Iva e delle altre imposte indirette,

impegna il Governo

   a definire un indebitamento netto programmatico pari al 2 per cento di Pil per ciascun degli anni 2019-2021 al fine di:
    1) rinviare fino al 1 gennaio 2022 le clausole di salvaguardia senza interventi compensativi sul versante delle entrate o delle spese;
    2) finanziare, con risorse aggiuntive per 0,5 per cento punti percentuali di Pil nel 2019 e per un punto percentuale di Pil nel 2020 e 2021, un programma triennale di investimenti, un green new deal, per la totale decarbonizzazione del nostro Paese e per la transizione da un'economia lineare a una circolare. Un Piano Verde che si concretizzi altresì in un programma pluriennale di piccole opere per la messa in sicurezza del territorio, per la sicurezza anti-sismica e degli edifici scolastici;
    3) rilanciare le politiche a tutela della salute e dell'assistenza sanitaria, garantendo che non si scenda al di sotto del livello del 6,6 per cento e assicurando investimenti pubblici per il rinnovamento tecnologico e l'edilizia sanitaria;
   a concentrare i suddetti programmi nel Mezzogiorno, per una quota di risorse complessive non inferiore al 45 per cento del totale e per l'occupazione giovanile e femminile. La discriminazione delle donne nel mercato del lavoro è inaccettabile e fattore di freno dello sviluppo;
   a prevedere, al fine della attuazione di tali programmi, le assunzioni necessarie per profili professionali nelle pubbliche amministrazioni centrali e territoriali, anche nei settori della ricerca, dell'università, del sistema formativo, del monitoraggio e della protezione del territorio;
   in deroga a quanto stabilito nell'ultima Legge di bilancio, a prevedere che gli oneri per il rinnovo contrattuale del personale sanitario siano posti a carico del settore del pubblico impiego e non del Fondo per il Servizio Sanitario Nazionale;
   a chiedere una modifica del Fiscal compact che vada nella direzione di una golden ride relativa alle spese per investimenti, anche nazionali, nonché alle spese per Ricerca & Sviluppo e innovazione, escludendo le spese militari;
   a rafforzare in misura adeguata la Web tax e a intensificare il contrasto all'evasione, anche mediante la ristrutturazione delle aliquote IVA, in particolare delle imprese senza residenza fiscale in Italia, dedicando le maggiori risorse:
    1) ad interventi sul sistema pensionistico per garantire la nona salvaguardia degli esodati, istituire il canale «opzione donna», introdurre il requisito contributivo minimo di 41 anni e la cosiddetta «quota 100» ed eliminare l'innalzamento automatico indifferenziato dell'età di pensionamento all'aspettativa media di vita;
    2) all'estensione del Rei (reddito di inclusione) al fine di rafforzare le caratteristiche di strumento universale di contrasto alla povertà;
    3) ad investimenti nei settori dell'istruzione e dell'università pubbliche, anche attraverso: un piano pluriennale di stabilizzazioni nella scuola che garantisca un costante equilibrio tra immissioni dalle graduatorie e nuovo reclutamento, prevedendo l'introduzione dell'organico di potenziamento nella scuola dell'infanzia e rintracciando una immediata soluzione per i docenti diplomati magistrali ante 2001/2002; misure per garantire l'innalzamento dell'obbligo di istruzione, l'aumento del numero dei laureati (soprattutto nelle lauree tecniche e scientifiche), la lotta alla dispersione scolastica, la formazione degli adulti; l'estensione dei servizi educativi per l'infanzia, che ne garantisca la presenza su tutto il territorio nazionale;
   in materia di bilancio delle amministrazioni territoriali e locali, a promuovere un intervento che aumenti progressivamente l'autonomia impositiva dei Comuni, liberando altresì risorse adeguate a garantire programmi di investimento in favore degli enti territoriali e locali;
   inoltre, sul versante della Unione europea e dell'eurozona,

impegna il Governo

   1) a sostenere l'introduzione, affianco al vincolo del 3 per cento nel rapporto tra deficit di bilancio pubblico e Pil, con pari rilevanza economica c politica, del vincolo del 3 per cento nel rapporto tra saldo commerciale (esportazioni meno importazioni) e Pil e aggiustamenti a carico del Paese «deviante» anche quando il saldo è positivo e supera il 3 per cento del Pil;
   2) a promuovere un'iniziativa europea per la stabilizzazione e riduzione dei debiti pubblici;
   3) a promuovere la riscrittura di alcune direttive come, ad esempio, la Direttiva Bolkestcin e quella sui cosiddetti «lavoratori dislocati» (ritoccata di recente) al fine di arginare il dumping sociale determinato dal principio della concorrenza e del «Paese di origine»;
   4) a rivedere, attraverso un radicale ripensamento, le politiche di «libero scambio», proponendo in primo luogo al Parlamento di non procedere alla ratifica del CETA.
(6-00001)
(Nuova formulazione) «Fornaro, Fassina, Bersani, Boldrini, Conte, Epifani, Fratoianni, Muroni, Occhionero, Palazzotto, Pastorino, Rostan, Speranza, Stumpo».